Li lìbbri nun zò robba da cristiano; fiji, pe carità, nun li leggete. Questi noti versi di Giuseppe Gioachino Belli potrebbero essere scritti in epigrafe al decreto legislativo di riorganizzazione del ministero per i Beni e le attività culturali, preparato dagli uffici del ministro Urbani e approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri. Infatti con la nuova "organizzazione" del ministero sono istituiti tre dipartimenti, nessuno dei quali menziona, nella sua intitolazione, i beni archivistici e librari; i quali beni con le rispettive direzioni generali sono fatti rientrare nel Dipartimento intitolato; «Dipartimento per le antichità e belle arti ed il paesaggio» (in un gran calderone con i beni archeologici, architettonici, con il patrimonio storico e demo-antropologico, con l'architettura e l'arte contemporanea). Cosa abbiano a che fare le antichità, le belle arti (espressione alquanto obsoleta!) e il paesaggio con i problemi della conservazione, trasmissione e studio della cultura scritta è difficile capire; mentre è assai facile comprendere che archivi, biblioteche, istituti culturali (ivi comprese le grandi accademie quali la Crusca e i Lincei) escono dal decreto fortemente penalizzati e certamente il loro sviluppo notevolissimo negli ultimi anni sarà bloccato e umiliato, anche nei bilanci, dalla più pesante e diversa gestione dei beni artistici e paesaggistici. Sì prospetta una situazione peggiore di quella anteriore all'istituzione del ministero per i Beni culturali e ambientali (1975), quando gli archivi erano di competenza del ministero degli interni e le accademie e biblioteche rientravano in una direzione generale del ministero della Pubblica istruzione, E se l'istituzione del nuovo ministero, per iniziativa di Giovanni Spadolini, liberò tanto gli archivi quanto le biblioteche e gli istituti culturali da uno stato di marginalità, la nuova organizzazione prospettata dal governo disconosce dì fallo il valore culturale dei nostri patrimoni librari e archivistici, eliminandone persino la menzione dai titoli dei dipartimenti. Peraltro, mancando un dipartimento per archivi, biblioteche e istituti culturali (che avrebbe potuto assorbire molte delle funzioni del soppresso Segretariato generale), il decreto rispecchia un'arretrata e universalmente dismessa concezione degli archivi e delle biblioteche come luoghi dedicati alla "conservazione e tutela" del patrimonio; si dimentica che essi nel nostro contesto culturale costituiscono i laboratori della ricerca, i veicoli privilegiati delle memorie scritte, senza le quali non e 'è storia né coscienza civile.