Il professor Stucchi nel 1960 fece l'ipotesi che i frammenti del gruppo equestre sarebbero stati portati lontano da Roma nel primo secolo d.C.distrutti e sotterrati per ordine di Tiberio Dal ritrovamento al restauro, la lunga vicenda dei Bronzi di Cartoceto. La scoperta di due contadini La lunga vicenda dei bronzi inizia in una calda giornata di fine giugno del 1946, quando nella piccola frazione di Cartoceto, in Comune di Pergola, due contadini, Pietro e Giuseppe Peruzzini, trovarono tra la terra dei grandi pezzi di metallo color oro. I due estrassero il materiale sepolto, e ben presto si resero conto che non si trattava di oro, come speravano, ma di un gruppo scultoreo in bronzo dorato di epoca romana. Pochi giorni dopo venne a conoscenza del ritrovamento don Giovanni Vernarecci, ispettore onorario di Fossombrone, che avvisò subito la sovrintendenza ai beni archeologici delle Marche. Gli esperti compresero subito l'importanza dell'evento e autorizzarono il sacerdote a farsi consegnare i reperti, ma la proprietaria del podere dove era stato effettuato il ritrovamento si rifiutò di cedere il materiale. Poi la notte portò consiglio e, anche grazie alla presenza di un funzionario del ministero, una prima parte dei bronzi venne consegnata. Vennero poi trovati altri pezzi di bronzo e resta il dubbio che non tutto sia stato consegnato, anche per la constatazione, al momento di ricostruire le statue, che mancavano diversi frammenti. Comunque ricostruite le statue, anche se in modo incompleto, i bronzi vennero portati al museo di Ancona e nel 1949 venne effettuato il primi restauro. Nel 1958 una prima parte dei lavori venne completata e, in occasione della riapertura del museo nazionale delle Marche, vennero esposte ad Ancona le due teste di cavallo e la figura femminile. Nel 1966 il restauro venne interrotto per l'alluvione che colpì Firenze e, dopo il ritorno alla normalità, il gruppo equestre venne trasferito nel nuovo laboratorio della soprintendenza e nel 1976 ripresero i lavori di restauro. Circa dieci anni dopo iniziò la contesa con Ancona per l'assegnazione definitiva delle statue con l'intervento deciso di due parlamentari di opposti schieramenti (Tornati del Pci e Rubinacci del Msi) che costruirono un muro per impedire che i bronzi, a Pergola per una mostra temporanea, tornassero al museo di Ancona. Dopo alterne vicende si è arrivati al decreto del ministro Ronchey che assegnava definitivamente i bronzi a Pergola che doveva dotarsi di un museo, costruito nei locali dove era stata ospitata la mostra temporanea. Il museo venne poi inaugurato sette anni fa e in questo periodo, oltre ai bronzi, ha ospitato e ospita prestigiose mostre che hanno attirato numerosi visitatori. Ma chi rappresentano i bronzi? Il dibattito è ancora aperto. Suggestiva l'idea del professor Stucchi che nel 1960 fece l'ipotesi che i frammenti in bronzo sarebbero stati portati lontano da Roma nel primo secolo d.C., distrutti e sotterrati per ordine di Tiberio. Secondo questa ipotesi i contrasti fra l'imperatore e i figli di Germanico, figlio del fratello di Tiberio, divennero insanabili al punto che Tiberio decretò la damnatio memoriae e ordinò la distruzione di tutte le effigi della famiglia. Altre ipotesi sono state fatte da De Marinis, soprintendente archeologico per le Marche, dal professor Luni dell'istituto di archeologia dell'università di Urbino, dal professor Coarelli dell'università di Perugia. Secondo De Marinis le statue sono state realizzate in una fonderia a Sentinum, mentre Luni ha messo in evidenza la probabile esistenza di un collegamento viario tra Jesi, Ostra, Suasa e Forum Sempronii, una strada che sarebbe passata vicinissima alla zona del ritrovamento dei bronzi. Coarelli ha fatto l'ipotesi che i bronzi rappresentino importanti personaggi del primo secolo a.C., un'epoca precedente rispetto all'ipotesi formulata da Stucchi.