L'emergenza che ha messo in ginocchio l'industria alberghiera (meno 3 milioni di fatturato a maggio, meno 2 a giugno) fa tremare i polsi anche all'impresa dell'arte. La fuga dei visitatori italiani e stranieri, secondo la soprintendenza di Capodimonte, si è tradotta in un calo del 20 per cento degli incassi nei musei. Circa 600mila euro in fumo. Non tutti gli scrigni di capolavori, per fortuna, soffrono alla stesso modo. Dal flop si salvano le strutture che ospitano grandi mostre. Così l'Archeologico può esibire addirittura un trend in crescita (più 8 per cento) grazie alla rassegna «Ambre. trasparenze dall'antico», inaugurata il 26 marzo e aperta fino al 10 ottobre. Nei primi venti giorni di giugno si è toccata la punta di 126mila visitatori; ma il vero boom c'era stato a fine maggio, quando l'esposizione si classificava prima in Italia superando gli «Ori e argenti» di Urbino, lo «Chagall» di Roma, il «Cézanne» di Firenze e il «Kandinsky» di Milano. Sopporta bene il colpo anche Palazzo Reale, dove la mostra «Turchia» (chiusa a fine maggio) ha fatto collezionare un più due per cento di ingressi; stabile il Madre, che fino al 24 settembre propone la retrospettiva di Piero Manzoni. Giorni difficili, invece, per le strutture del polo museale. Capodimonte, San Martino e Sant'Elmo pagano il prezzo della mancanza di un evento di richiamo ma pure quello di una posizione «periferica». Se ai musei del centro storico è stato possibile garantire un buon livello di cura e pulizia, tra il bosco e il Vomero questa attenzione è mancata. Ma le notizie peggiori arrivano dai musei indipendenti. L'affluenza nella cappella Sansevero, nel cuore dei Decumani, ha i toni del passeggio anziché quelli abituali della ressa da stadio. «Perdiamo incassi, i turisti scappano, le guide si lamentano perché i tour vengono annullati», commenta con amarezza la proprietaria. Mentre il record della caduta libera spetta al museo del Tesoro di San Gennaro: «Tra maggio e giugno abbiamo ricevuto la disdetta per il 60 per cento delle visite prenotate - spiega il direttore Paolo Jorio - e in tutti i casi c'era sempre la stessa motivazione: paura di prendere qualche malattia». (2- continua)