"Pensa con i sensi senti con la mente" - tale è la formula con cui la Biennale di Venezia intende manifestare e anche esaltare un'arte del presente. Di primo acchito si avverte l'impressione di un gioco verbale, persine di uno scilinguagnolo, ma piuttosto si tratta di un calco inconfessato da Walter Benjamin, il grande filosofo e saggista tedesco. Solo che dove Benjamin si ritrova coinvolto nel raffronto con una contemporaneità complessa e inquieta, la bella citazione da un corpus tra i più alti del secolo passato assume nel caso veneziano l'effetto di vantare e promuovere la banalità e l'arbitrio. Robert Storr, cui è stato offerto e che ha accettato l'incarico di dirigere e ordinare questa 52a Esposizione Internazionale d'Arte, giacché ama la letteratura e anche predilige il bricolage citazionista - vedi a riscontro l'inutile raccolta di Pagine al vento, frasi e spezzoni letterari scelti da alcuni degli autori che espongono - all'inizio del testo con cui da introduzione al primo dei due volumi costituenti il catalogo (il terzo sarebbe appunto la raccolta delle "pagine" abbandonate alle folate del caso) - chiama in causa addirittura James Joyce: a segno di spiegarci come e qualmente i momenti epifanici dell'arte non possiedano durata. Perciò il compito della critica e delle istituzioni e insomma delle singole persone sarebbe di preservarli, offrendo loro continuità in quella trama di storia dell'arte le cui innumerevoli epifanie sono state intessute da molte mani. Il tempo presente dell'arte - l'uguale che la Biennale vorrebbe decantare - è infine il bordo estremo di una sorta di opera in progress. Ora tale bordo può ritrovarsi sfilacciato e persino spezzarsi in qualunque suo punto: da cui la difficoltà a discendere e distinguere cosa oggigiorno sia effettivamente valido ma anche l'esigenza di guardare a quel che fanno gli artisti al momento. Il ricorso alla indicazione letteraria - terreno in cui, malgré lui, si ritrova a furoreggiare sotto ogni latitudine Italo Calvino - è però la spia di una assenza di idee. Del resto Joyce e Benjamin ritenevano che l'arte dovesse contrastare il potere di degradazione della modernità che essi vivevano non interdicendosi alcun confronto ma anche opponendo, al pleonastico e al banale, il potere di significazione e persino il valore di salvazione dell'arte stessa. La quale non era in alcun momento la mera risultante di una grigia negatività, ma all'opposto una concrezione intellettuale e formale che da quella si distaccava. Lo sperpero di citazioni più o meno à la page che si fanno - in quel di Venezia come altrove - sino all'eccesso, copre nullameno la lunga e greve sequela di stupidità e cianfrusagliame elettronico e mediatico, da cui appaiono costellati padiglioni, sale e persino corridoi in quest'ultima edizione. L'orgia di video (tutti eloquentemente brutti) e di fotografie ha cancellato pressochè del tutto così la scultura come la pittura: la prima totalmente assente, scomparsa, mentre la pittura è affidata a pochissimi esempi. Il senso di una lenta e inesorabile defoliazione che la creatività ha dovuto subire negli ultimi decenni, raggiunge a proprio modo l'acme in questa cinquantaduesima esposizione, soggiacente oltre ogni limite alle parole d'ordine del mercato. Il punto nodale, o il motivo che spiega tutte le inconseguenze e le irragionevolezze che si presentano agli occhi e alle menti dei visitatori, non è la maturazione di un gusto e di una cultura costruiti sul presente, e insieme un'indagine senza condizioni su ciò che realmente sta accadendo: quanto all'opposto la totale subordinazione a un criterio di mercificazione. Non siamo ovviamente contrari al mercato, ma invece antagonisti a un mercato che raccosti sempre e comunque la banalità, l'ovvio. Dopo l'infausta Biennale di Harald Szeemann nel 2001, e dopo l'altrettanto nefasta edizione gestita da Francesco Bonami, e quella (citiamo da Philippe Daverio) delle "due spagnole lavapiatti" De Corral e Martinez nel 2005, ecco la Biennale di Robert Storr, che più che ordinatore è uno che libelluleggia intorno ai potenti del business: prono di fronte a galleristi tipo Mr. Gagosian e Charles Saatchi e, insomma, come ha rilevato e spiegato Daverio, legato a doppia mandata a 4 o 5 gallerie di Londra e di New York. Alle stesse regole - con almeno sul piano morale un vero conflitto d'interessi - risponde il padiglione italiano: giacché le sculture di linfa di Giuseppe Penone ("Spazi coperti dalle mani, spazi svuotati dalle mani. Lo spazio della scultura riempito di linfa", ecco svelato l'enigma) e le orripilanti, insignificanti fotografie di Francesco Vezzoli sono prodotti di artisti che, guarda caso, hanno esposto a quello stesso Museo di Rivoli la cui direttrice, Ida Giannelli, è anche la responsabile di questa sezione veneziana. Honni soit qui mal y pense: ma anche se si pensa coi sensi, non si può evitare di pensar male. E così facendo non si sbaglia. Ma infine, ci si potrebbe chiedere, è proprio tutto negativo, tutto nelle peste? Qualcuno ha comunque indicato in Sigmar Polke l'artista più significativo e al contempo più sperimentale. Ma altri autori potrebbero almeno essere menzionati: il belga Raoul De Keyser, il tedesco Martin Kippenberg, scomparso nel 1997, l'argentino Guillermo Kuitca. A noi piace anche Gehrard Richter, e pare interessante anche la brasiliana Paula Trope. Ma sono gocce in un oceano entro cui tutti affondano nel falso moderno e nell'insignificanza. Sarebbe pertanto giunta l'ora di cambiare musica: tornando ad esporre gli autori veri e quelli che davvero fanno ricerca. Sarebbe il momento di tornare ad onorare i maestri scomparsi, e soprattutto ottemperare a quel dettato dello statuto che vuole che la Biennale sia lì in piedi anche per promuovere l'arte italiana. Sarebbe ingenuo immaginare che questo possa volerlo fare un direttore al soldo di interessi di cordata e del mercato anglo-americano.