L'unico modo in cui ci possono attaccare è il cielo. Non c'è ancora il divieto di volo sopra Ayodhya». L'agente dei servizi segreti che ci accompagna al tempio del dio Rama parla in perfetto inglese e bastano un po' di complimenti perché si lasci andare. «Questo è uno dei posti più protetti in India e il livello di sicurezza è massimo». Più delle installazioni nucleari e della casa di Sonia Gandhi? L'ufficiale si gira e sorride sornione. «Qui è stata distrutta la moschea Babri», dice con tono grave mentre deposita i suoi due telefonini prima di oltrepassare l'ultimo posto di controllo prima del luogo sacro. In fondo a un ammasso di rovine sotto un malandato tendone, illuminata da una lampadina e ricoperta di fiori c'è la statua della divinità. Congiunge le mani in segno di rispetto, bisbiglia una preghiera e riceve nel palmo delle mani l'acqua santa che un brahmino gli allunga dietro una spessa grata di ferro. Il rituale dura pochi secondi. I controlli sono durati mezz'ora. Ayodhya è un piccolo centro dell'Urtar Pradesh, il maxi stato indiano che ha la stessa popolazione del Brasile e dove vive buona parte della minoranza dei 130 milioni di musulmani indiani. Citata nei libri vedici come "città costruita dagli dei" è considerata il luogo natale di Rama, una delle tante divinità dell'affollato olimpo induista. La si può paragonare a una sorta di "Vaticano" dell'India dove sorgono decine di templi uno accanto all'altro, scuole braminiche e bancarelle con i santini, le collane di semi di "rudraksh", polveri colorate, gelsomini intrecciati e grani di zucchero per le offerte. Lungo le strade, ora semideserte per via del grande caldo, passeggiano i "babà", i santoni, sgranando i loro rosari, tra decine di vacche ossute e colonie di macachi impertinenti. È difficile credere che questo posto sia il ground zero del fondamentalismo indù e dello scontro tra civiltà in India, un paese che fin dai tempi del Mahatma Gandhi è un modello di convivenza religiosa. Sotto le ceneri di Ayodhya cova il fuoco dell'odio e basta una miccia a sprigionare l'incendio. Come nel 2002 quando si scatenarono due mesi di pogrom contro i musulmani nello stato del Gujarat provocato da un attacco contro un treno carico di zeloti indù che ritornavano da un pellegrinaggio nella città di Rama. Ayodhya è anche il simbolo del nazionalismo indiano propagandato dal Bjp, il Partito popolare indiano, che emerse proprio dopo la distruzione della moschea Babri nel dicembre 1992 a cui partecipò l'ex capo dell'opposizione L.K. Advani. Dopo l'inaspettata sconfitta elettorale del 2004 e la rimonta del Congresso, gli indù nazionalisti hanno per ora rinunciato a rivendicare il diritto a costruire il nuovo tempio. A un chilometro di distanza, tra risaie e alberi di mango, i "volontari dì Ram" continuano però a tagliare e scolpire tonnellate di pietra. Al Kar Sevak Puram colonne, capitelli, architravi sono ammassati uno sull'altro in un grande cortile come dei pezzi di Lego abbandonati. Anche qui ci sono soldati armati ma non ci sono controlli ed è permesso fotografare. In un angolo si vendono opuscoli propagandistici sul Vishwa Hindu Parishad, gruppo nazionalista di squadristi, e delle immagini sfocate, ma rarissime, dei volontari che con badili o a mani nude distruggono la moschea. Continuando la strada, con un risciò a pedali, l'unico mezzo di locomozione, si arriva in un capannone interamente occupato da un grande plastico in legno pregiato del nuovo tempio. «L'80 per cento del lavoro è stato completato» dice il guardiano allungando una scheda che illustra il costo di ogni singolo elemento architettonico. È lì per ricevere donazioni, ma su un banchetto vende anche olio per i capelli e sapone al legno di sandalo. Ufficialmente la "posa" del nuovo tempio è bloccata dalle autorità giudiziarie per accertamenti archeologici. Ma è un pretesto per congelare un status quo. Ecco perché tanta sicurezza. Il percorso, circa 200 metri, per arrivare alle rovine della moschea, è una gabbia di un metro di larghezza chiusa anche da sopra. Dopo aver lasciato borsa, macchina fotografica, telefonino e ogni altro oggetto in custodia , si è perquisiti per tre volte, comprese le scarpe. Per gli stranieri è obbligatorio mostrare il passaporto. Ma i dati vengono scritti su un foglietto volante e non sono controllati via radio. Il tesserino da giornalista insospettisce ancora di più e rende necessaria la scorta. Dopo la visita la tensione si allenta. Prima di uscire dal labirinto di filo spinato, i militari ci indicano una vacca che gira in tondo e ogni volta che si trova in direzione del "tempio che non c'è" alza la testa in alto: «fa così per tutto il giorno, è il suo modo per pregare il dio Rama».