Come valorizzare il patrimonio culturale italiano? Le stimolanti risposte d'un «manualetto d'uso» tra marketing e sfide, il caso barese (in negativo) Quale è lo «stato dell'arte» in Italia? Su questo tema, che occupa molti studi, scritti e polemiche, prova a dare un contributo stimolante un vivace volumetto di Andrea Kerbaker, esperto in comunicazione culturale (fra l'altro ha ideato, fondato e diretto per la Telecom il «Progetto Italia», significativa iniziativa culturale che ebbe luogo con successo anche a Bari, l'anno scorso, nella denudata platea del teatro Petruzzelli, riaperta per l'occasione). Coerente con questa esperienza è il problema specifico che il saggio affronta: come valorizzare il patrimonio culturale italiano. Patrimonio ingente e unico, conferma l'autore, anche a prescindere da improbabili statistiche (come si fa a dire - osserva - che possediamo il 90 o l'80 o il 50 per cento del patrimonio mondiale?). Patrimonio così diffuso da indurre gli italiani ad una singolare «abitudine alla convivenza»: la nostra è una nazione in cui navi possono essere dedicate a Raffaello, aeroporti a Leonardo, formaggi chiamarsi Bel Paese, pizze ispirarsi a Vivaldi e calciatori essere paragonati al Pinturicchio? Una risorsa dunque. Che però non è più un monopolio nella competizione internazionale, e che non basta più solo conservare, tutelare: mentre nel mondo città e interi paesi fanno della cultura una nuova impresa fondante della loro immagine e della loro economia. In Italia invece si oppone una «resistenza cieca, pronta, assoluta», fatta di intrecci fra indifferenza polìtica, lacci burocratici, snobismo e individualismo. Come rimediare? L'autore dichiara di non volere entrare nelle questioni che stanno a monte, i «prerequisiti»: cioè le politiche per la cultura che sono o dovrebbero, essere competenza dei legislatori ad ogni livello. Non entra nemmeno nel merito - occorre aggiungere - di quale cultura oggi in Italia si produce (quale arte, quale cinema, quale letteratura o pensiero) e quale sia il suo peso. Vuole solo proporre «alcune azioni concrete, in grado di valorizzare il nostro patrimonio». Iniziative e idee «facilmente applicabili con l'utilizzo di un po' di buon senso e buona volontà». Un vero e proprio «manualetto d'uso», articolato su sette categorie di criterio: «vivacità, mobilità, originalità, semplicità, contaminazione, comunicazione, contemporaneità». Varietà dì temi (anche impegnativi) che però convergono - con larghezza di esempi e di proposte - sui modi con cui le risorse culturali del Paese possono avere più ampia comunicazione e più efficace diffusione. Insomma un codice di marketing della cultura, diciamo. E dunque. Musei e biblioteche non chiusi e polverosi, ma come luoghi di richiamo, aggregazione, attrazione anche spettacolare (un esempio positivo, il Museo del Cinema nella Mole Antonelliana a Torino). Con offerte diversificate delle opere, magari su temi interdisciplinari (il «metodo Goldin», dal nome del curatore-impresario di mostre sugli impressionisti che richiamano a Brescia mezzo milione di visitatori ogni anno). Forme originali e spettacolari della comunicazione culturale (come le letture dantesche di Sermonti e Benigni, i vari festival a cominciare da quello della letteratura a Mantova, le Notti Bianche). La semplicità e la chiarezza del linguaggi o critico e mediatico (ne sono campioni gli Zeri, gli Sgarbi, i Daverio, i Baricco). L'incrocio fra generi, linguaggi, esperienze (un esempio le mostre della Triennale di Milano che vanno «da Basquiat ad Armani»), sino a fare di tutta una città il campo di proposta (ecco la Roma di Veltroni). Il tutto, nel segno della immersione nella cultura della contemporaneità, della consapevolezza della sfida globale nell'attualità. Uno dei segni fra le molte resistenze all'aggiornamento è visto da Kerbaker proprio nel caso barese del Petruzzelli: si è voluto ricostruirlo «com'era dov'era», cioè produrre un falso, anziché inventare uno spazio nuovo e più idoneo a mutate esigenze. Come sì vede, problemi scottanti, questioni profonde, proposte anche controverse ed esempi anche discutibili, si nascondono sotto la pelle liscia di questo pamphlet. Ma certamente condivisibile da tutti è lo spirito che lo anima, riassunto nelle righe conclusive: «Come italiani, abbiamo la pesante responsabilità di trasmettere ai nostri figli l'immenso patrimonio del Paese. Se saremo capaci di renderlo vivo, presente, palpitante di attualità, avremo già fatto un lavoro importante e decisivo. E avremo in parte risposto alla sfida che ci pone oggi la contemporaneità». «Lo stato dell'arte - La valorizzazione del patrimonio culturale italiano» di Andrea Kerbaker (Tascabili Bompiani, pagg. 90, euro 7,50)