«Nelle pentole che stiamo seguendo c'è molto per la Mostra di Venezia, e di molto ambizioso». Il ministro Giuliano Urbani la getta lì, senza ulteriori spiegazioni, intervenendo al sontuoso incontro allestito da Cinecittà Holding per illustrare «il nuovo corso». Cosa mai bollirà in pentola? Una riforma dello statuto? L'ingresso finanziario di nuovi partner? Poco prima, con mossa elegante, il presidente della Biennale, Franco Bernabè, aveva sfilato dal tavolo della presidenza la targhetta con il proprio nome per sedersi in platea. Era pur sempre il giorno di Pupi Avati e Umberto Livolsi, presidente e amministratore delegato di Cinecittà Holding. Nondimeno molti si chiedevano: l'annunciata joint venture tra Biennale, Fiera di Milano e Cinecittà sarà solo uno strumento «per incrementare i ricavi sfruttando la complementarità dei progetti» o nasconde un obiettivo di più ampia e strategica portata? Pubblico delle grandi occasioni ieri mattina a Villa Miani: cinefunzionari di molte stagioni, titolari di società, produttori, giornalisti, rappresentanti degli autori, addetti ai lavori, il vertice dell'Anica, pure Aurelio De Laurentiis (rimasto però silente, forse per una volta era d'accordo col ministro). Tutti lì per sapere come sarà la «nuova Cinecittà Holding». A otto mesi dall'insediamento, Avati e Livolsi hanno voluto presentarsi alla stampa con un promettente fascio di novità, un nuovo direttore generale (il bocconiano Alessandro Usai) e un messaggio politico chiaro: «Non vogliamo essere una presenza invadente. Saremo dei "facilitatori". Offriremo servizi,, facendo di Cinecittà il centro di un nuovo sistema-cinema». Cinecittà Holding, dunque, un po' come il Centro nazionale di cinematografia francese? All'incirca. L'ambizione è di «rifocalizzare e potenziare le diverse aree di attività», eliminando doppioni e rilanciando la partnership con i vari soggetti istituzionali (Raicinema, Scuola nazionale di cinema, Cinecittà Studios, le 60 sale del Circuito cinema), nella prospettiva «di attrarre risorse e favorire investimenti estemi rispetto allo Stato». Del resto, ci sono sempre meno soldi, il Fondo unico per lo spettacolo sta prosciugandosi, l'intero settore del cinema pubblico ha bisogno di una robusta iniezione di imprenditorialità, oltre che di fiducia. Naturale una certa dose di esibito ottimismo, in sintonia con i segnali positivi che sembrano venire dal mercato e dagli incassi, Avati annuncia le iniziative promozionali in programma a Parigi, con l'antologica rassegna «Les italiens», al museo Guggenheim di New York, con l'omaggio a Fellini cui parteciperanno cineasti americani del calibro di Elia Kazan e Paul Mazursky, e negli 87 istituti di cultura, con la messa a punto di una «valigetta dell'autore» contenente i capolavori del cinema italiano (il più gettonato pare sia Divorzio all'italiana). Livolsi, con quella faccia da vecchio samurai, descrive il complesso lavoro di riorganizzazione della holding, dall'area educational all'area immobiliare passando per ItaliaCinema (destinata ad essere inglobata nella joint venture salvo intervento dei privati). E puntualizza che in ogni caso Cinecittà, pur ereditando a fine 2004 i sostanziosi fondi della Bnl, «non diventerà una banca»: al contrario, «stabiliremo procedure snelle per stabilire protocolli con diverse banche, in modo da rendere veloce l'accesso ai fondi da parte dei produttori». In sala qualcuno storce il naso, temendo invece che la holding si trasformi nel «braccio armato» dello Stato nel rapporto tra imprenditori e istituti di credito. A fugare qualche preoccupazione pensa Urbani, con un discorso conciliante. «Siamo solo all'inizio, non vogliamo strafare, ma abbiamo preciso il senso del dovere», scandisce. E aggiunge: «Non dobbiamo fare film, dobbiamo aiutare a farli, aumentando il dovere - se permettete - di non interferire. Per questo la legge di riforma che stiamo varando è aperta a migliorìe, siamo una casella postale aperta, cerchiamo una costante messa a punto, sperimenteremo il tax-shelter e aboliremo la vecchia censura, ormai anacronistica. Lo stile è tutto. Non vogliamo regimi, minculpop e dirigismi. Non li tollereremo». In sala scatta l'applauso. Poi, smaltite le domande dei cronisti, tutti a pranzo: la vista di Roma dall'alto, sotto il sole abbacinante, è quasi un film.