«Il futuro è un'incognita l'esperienza del passato è però ancora una guida» Domani a Palazzo Serra A scanso di equivoci, Leonardo Benevolo tiene subito a precisare che il titolo del suo ultimo libro è L'architettura nel nuovo millennio e non L'architettura del nuovo millennio. La questione è tutta in quel del che rischia di dare al suo saggio - pubblicato da Laterza - un tono definitorio dal quale il maggiore storico italiano dell'architettura intende tenersi lontano. Spiega: «Quale sarà l'architettura nel nuovo millennio nessuno può saperlo, e sarebbe presuntuoso parlarne adesso, che il millennio è appena cominciato. Invece ho provato a descrivere le architetture più recenti, e di mettere in evidenza le più promettenti, da cui è possibile ricavare un filo conduttore utile per chi studia architettura, per chi fa già il mestiere di costruire e per chi utilizza lo scenario costruito. Ho scelto le cose che approvo, e ho ignorato senza commenti le cose che non approvo, perché non sono in grado di motivare storicamente queste preferenze». Leonardo Benevolo sarà domani a Napoli, dove a Palazzo Serra di Cassano alle 17 terrà la sua lectio magistralis su «Il modello imperfetto della città medievale europea». Chiuderà il ciclo «L'urbanistica e la città europea» organizzato dal dipartimento di Progettazione architettonica e ambientale della «Federico II» e per l'occasione torneranno Pier Luigi Cervellati, Roberto D'Agostino e probabilmente anche Vittorio Gregotti, tre dei quattro relatori che l'hanno preceduto. Il giusto omaggio a un maestro. Benevolo, lei divide gli architetti tra quelli che innovando si preoccupano di lavorare su un progetto a lungo periodo e comunque legato a una tradizione e gli innovatori puri che mal accettano di conservare il rapporto con il passato. Oggi stanno prevalendo i secondi? «Le due fonti dell'innovazione architettonica sono oggi il progresso tecnico e l'attenzione ai luoghi, che include lo scenario fisico e lo scenario costruito dall'uomo nel passato. Perciò ho passato in rassegna i diversi luoghi del mondo, imitando un famoso libro di Fernand Braudel, Il mondo attuale. L'innovazione può dare maggior rilievo agli strumenti tecnici oppure alle nuove forme di adattamento ai luoghi. Per ambedue occorre la "ricerca paziente" di cui parlava Le Corbusier: è un lungo lavoro, che produce la lunga durata degli interventi eseguiti. Chi vuole un successo veloce, ottiene una fama breve come avviene nel campo dell'intrattenimento. Dunque, la distinzione principale è quella fra architetti pazienti e impazienti». Lei è convinto assertore della validità della città storica come l'unica capace di creare una comunità. Ma i nuovi modelli urbani vanno sempre più addensandosi verso i centri commerciali e i poli fieristici, i "non luoghi" di Marc Augé. «La città europea antica offre un modello prezioso non solo a noi europei, ma a tutto il mondo contemporaneo, perché la sua perfezione non è dovuta a un potere dominante, ma all'equilibrio - precario, imperfetto - fra un potere politico disposto a riconoscere una certa libertà ai cittadini e una pluralità di imprenditori disposti a coordinarsi nelle istituzioni pubbliche: questo equilibrio è l'unico scopo perseguibile per le società democratiche di oggi. Si tratta di un modello, perché l'equilibrio realizzato nel passato era basato sulle istituzioni della società antica, e noi dobbiamo riuscire a ottenere un risultato simile con le istituzioni della società moderna, il codice civile e tutto il resto. La città moderna nel suo insieme è diversa da quella antica: più grande, più complessa, soggetta a cambiamenti più veloci. Conviene che la città moderna includa la città antica come una delle sue parti: un deposito delle memorie collettive, e una specie di pro-memoria dell'obiettivo da raggiungere. Deve inoltre saper accogliere molti altri insediamenti nuovi, se possibile con la stessa abilità di cui hanno dato prova le città medioevali nel periodo di crescita più veloce, i secoli dodicesimo e tredicesimo. L'arte di far convivere le parti antiche e moderne è un'arte nuova». A condizione che l'Italia - secondo una sua affermazione - smetta di distruggersi da sè. Rimane qualcosa da fare per la salvaguardia di quel che resta di un paesaggio naturale e urbano tra i più belli al mondo? «L'Italia è un paese che non ha imparato in tempo a passare dal vecchio al nuovo ordine territoriale. Il paesaggio italiano è stato per molti secoli un tesoro importante per tutti, perché convalidava la cultura visiva italiana, che ha dominato a lungo la cultura mondiale. L'Italia contemporanea, nell'ultimo mezzo secolo, lo ha gravemente e forse definitivamente compromesso, non per l'entità delle aggiunte e modificazioni, ma per il difetto di ordine che deriva dal mancato governo della speculazione fondiaria. Considerando la posizione dominante degli interessi che hanno prodotto questo risultato - le manovre degli immobiliaristi, i successi della rendita che sopravanza il profitto imprenditoriale, l'eclisse della regolazione urbanistica - vien da pensare che stiamo vivendo l'ultimo stadio di questo processo. I finanzieri di oggi si stanno disputando i residui di un lungo passato, e la cultura riesce a portare in salvo solo alcuni frammenti superstiti».