Un edificio del Settecento occupato da insegne e ombrelloni. I proprietari: palchi e platea rischiano di diventare garage e magazzini PALERMO L'abuso è diventato invisibile. E nessuno s'accorge più che a Palermo un teatro del Settecento è sfregiato da insegne, ombrelloni e odori di una pizzeria alloggiata con forni e celle frigorifero, cucine e sala banchetti tra il foyer e l'entrata delle carrozze. Anche questa ormai celata da una orrenda saracinesca di ferro che ha sostituito il portone monumentale. Storia e degrado del teatro che non si vede. Cancellato anche dalla tabella turistica del Comune che con mappa, tondini numerati e legenda gialla indica i 56 siti da visitare tutt'intorno al cuore della città vecchia. Dalla Biblioteca comunale alla Zisa, in ordine alfabetico. Nel mezzo due teatri, il Massimo e il Politeama. Ignorato il Bellini che sta lì a venti metri. D'altronde, anche al chioschetto dell'Information desk una bella signorina dai grandi occhioni cade dalle nuvole: «Bellini? La pizzeria? Ah, non abbiamo dépliant sulle chiese...». La confusione mortifica questo gioiello, perno di un sistema architettonico e viario centrato su tre piazze storiche: piazza Bellini col suo teatro oltraggiato, piazza Pretoria dove s'affaccia il Municipio e i Quattro Canti dove si intersecano via Maqueda e il Cassaro. Un patrimonio sul quale si stanno mobilitando tanti palermitani di buona volontà. Una protesta nata fra i volumi della storica libreria di Sergio Flaccovio. Sfociata in una sottoscrizione per scuotere dal sonno Comune e Regione, per salvare il teatro e chiedere all'Unesco di riconoscere come patrimonio inviolabile quelle tre piazze. Il passaparola ha fatto un primo miracolo in pochi giorni. Con adesioni eccellenti, da Vincenzo Consolo a Dacia Ma-raini. Migliaia di palermitani accorrono, anche senza comprare libri, e Flaccovio incoraggia l'anima di questo movimento spontaneo partito con i primi sos di Pietro Carriglio, il direttore del Teatro Biondo. È lui che è riuscito ad aprire le macerie del Bellini per alcune rappresentazioni allestite fra i palchi scarnificati da un incendio nel 1967, anno in cui il sipario andò in fumo e il teatro chiuse per un'eternità. Fino a quando Carriglio nel 2001 s'impose spalancandone i ruderi a Luca Ronconi per riaccendere la «luce» col Candelaio di Giordano Bruno. Il tutto grazie a un accordo con i proprietari, i fratelli Giovanni e Carla Lo Bianco, due settantenni che hanno ereditato l'edificio dal nonno, un dinamico mecenate subentrato nel 1908 dopo un fallimento provando senza successo a fare l'impresario. Ampliato nel 1806 e chiamato Regio Carolino, ribattezzato nel 1860 col nome di Bellini e poi transitato ai Lo Bianco, su questo teatro aleggia perfino il fantasma di un inquilino dei palazzotti adiacenti, costruiti a ridosso del gioiello. E il «fantasma» s'è aperto una finestra sulla volta del palcoscenico. Con sgomento di Carriglio: «Minaccia di gettare acqua bollente su registi e attori quando fanno tardi». Preso in affitto il Bellini e avviati i primi restauri, provarono a scovare il clandestino con vista abusiva. «Ma il retro del teatro sembra una casbah», spiega Roberto Giambrone, uno dei collaboratori di Carriglio. «I dislivelli non fanno capire se l'inquilino del palcoscenico abita al secondo o terzo piano di un caseggiato o di un altro. Ovunque bussi, sguardi stupiti di gente che dice di non saperne niente». Il «fantasma» avrà le sue protezioni e continua a cucinare spaghetti durante le rare rappresentazioni. Ma gli odori di quella famigliola sono niente rispetto alle «margherite» fumanti della pizzeria che adesso i «carbonari» dell'appello partito da Flaccovio vorrebbero bloccare e sottoporre ai raggi X di un'amministrazione pubblica cieca. Anche perché potrebbe accadere di peggio, come confermano gli stessi proprietari parlando delle «offerte allucinanti» già ricevute. «Qualcuno si lamenta della pizzeria, ma tanti chiedono di comprare o affittare platea e palchi per farne magazzini, garage o supermarket», spiegano fratello e sorella, dubbiosi su una eventuale cessione al Comune. Ma e questa la strada che Carriglio chiede di battere a Regione e Comune: «C'è il rischio di sprecare i fondi disponibili per feste e rassegne che non lasciano il segno. Bisogna riappropriarsi della città. Riconquistare e restituire il Bellini alla città». Per questo prepara per luglio un Amleto da mettere in scena nelle tre piazze. Una rappresentazione vagante fin sotto le due chiese accostate al Bellini, fra le cupole arabesche di San Cataldo e i fregi preziosi della Martorana. Con il pubblico che seguirà gli attori fin dentro il teatro, in un'area liberata dalle macchine. Ma forse non dai tavoli della pizzeria.
Il teatro storico? Ora è una pizzeria. Palermo si mobilita per il suo Bellini
Il teatro Bellini di Palermo, un edificio del Settecento, è stato occupato da insegne e ombrelloni di una pizzeria. I proprietari, i fratelli Lo Bianco, hanno ereditato l'edificio dal nonno e lo hanno trasformato in magazzini e garage. Il teatro è stato cancellato dalla tabella turistica del Comune e non si vede più. Un gruppo di palermitani, guidati da Sergio Flaccovio, ha iniziato una protesta per salvare il teatro e chiedere all'Unesco di riconoscere le tre piazze storiche come patrimonio inviolabile. Il direttore del Teatro Biondo, Pietro Carriglio, ha aperto le macerie del Bellini per alcune rappresentazioni e vuole riappropriarsi della città.
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