L'INTERVISTA Giovanni Nistri, comandante del nucleo per la Tutela del patrimonio, svela le nuove strategie ROMA -I "predatori dell'arte perduta" non sono stati ancora debellati, anche se il loro orribile mercato vive una fase di pronunciata difficoltà, e anche se, per il futuro, il comandante dei carabinieri per la Tutela del patrimonio, il generale Giovanni Nistri nato a Roma 56 anni fa, si dichiara abbastanza ottimista. Generale, i "predatori" stanno ancora scavando? «Certamente sì, anche se assai meno di qualche anno fa. La loro attività è frenata, però non interrotta. Le indagini, nostre e dei magistrati, soprattutto del Pm Paolo Ferri, e la decisa attività del Governo, hanno bloccato il livello, diciamo così, "alto" del mercato clandestino; ma quello inferiore continua ad agire: è il mercato spicciolo, più minuto. Non si vende più ai grandi musei del mondo: solo a qualche spregiudicato professionista». I veri "predatori", che hanno agito almeno dal 1970 al 2002, sono per ora costretti ad un forzato riposo? «Vivono grosse difficoltà. I grandi compratori sono quasi assenti: per una nuova sensibilità sui rischi che corrono, soprattutto se paragonati ai vantaggi che una politica di accordi con il nostro Paese, come quelli sottoscritti per esempio dal Metropolitan di New York o dal museo di Boston, può invece arrecare. Da qui una domanda internazionale che, oggi, è assai più ridotta. Poi, sono state bloccate anche le rotte più tradizionali di questo mercato nero». La via per la Svizzera? Lì, nel 1995 e nel 2001, nel Porto franco di Ginevra quello di Giacomo Medici, ed a Basilea quello di Gianfranco Becchina, sono stati scoperti due veri "santuari": ricchi depositi e un'infinità di documenti «La Convenzione tra il nostro Paese e la Svizzera, firmata di recente dal ministro Rutelli, ha interrotto percorsi e prassi consolidate. Nel 2005, è stata trovata traccia di un altro sentiero, con Y Operazione Mozart, la scoperta della Tomba dei Leoni ruggenti, un ingente recupero di reperti in Austria; ma sembra un caso circoscritto ed anomalo, non un nuovo itinerario per il transito degli oggetti scavati». Per molti, è stata un'assoluta sorpresa la vastità del fenomeno: che il mercato clandestino facesse fuggire migliaia di reperti dal nostro Paese, scavasse ovunque. «Le indagini non nascono all'improvviso. Che la faccenda fosse grave ed assai estesa, lo sapevamo già. Ci sono stati dei tempi, nemmeno troppo remoti, in cui i carabinieri del Comando che ora dirigo scoprivano, in un anno, anche mille scavi di frodo; nel 20Ò6, sono stati appena 37. La svolta è avvenuta nel 1995, con la scoperta del deposito-Medici; ma non è accaduta per caso. Già il generale Roberto Conforti, a capo del Comando prima di me e del generale Ugo Zottin, aveva evidenziato infiniti possibili intrecci». E allora, come mai il "mercato nero" è stato sottovalutato così a lungo? «Perché era ritenuto un po' il fato: quasi come lo sono i terremoti. Perché le priorità del Paese erano altre; e la coscienza, assai inferiore ad oggi. L'imperativo primo era che i reperti fossero esposti e fruibili. E i "predatori", come li chiama lei, dissimulavano assai bene l'origine clandestina degli oggetti. La stessa legislazione percepiva questo reato come minore: di scarso rilievo sociale; solo ora, con il disegno di legge proposto dal ministro Rutelli, lo scavo clandestino assume la dignità d'un reato autonomo, e grave. Del resto, è un crimine da "colletti bianchi": di solito, non lascia morti sulla strada; e non era avvertito, anche per questo, in tutta la sua assoluta rilevanza». Adesso è cambiato? E, per il futuro, lei è ottimista? «La proposta della nuova legge permette, anche a noi, dei metodi di attività investigativa che già si applicano per altri tipi di reato; e penso alla pedo-pornografia ed alla droga. Potremo svolgere indagini sotto copertura, come pure compiere acquisti simulati; avremo maggiori possibilità di penetrazione, più capacità operativa. Ed il complesso delle norme decise dal Governo riconosce dignità di reato grave e autonomo all'operato dei "predatori". E' anche importante che sia prevista un'ipotesi specifica di riciclaggio. Sì, sono almeno moderatamente ottimista per il futuro. Il vento è mutato; la caccia dall'estero è sospesa: forse finita». Quali le zone più sensibili agli scavi clandestini? «Il Lazio, la Puglia e la Sicilia, dove apriremo presto una nuova sezione del nostro Comando, a Siracusa». Quanti uomini ha a sua disposizione, e la struttura è adeguata ai compiti che si prefigge? «Siamo circa 300: il primo reparto specializzato di questo genere nato al mondo; saremmo contenti d'avere un Nucleo in ogni regione: attualmente, ne sono sprovviste l'Umbria, la Basilicata, il Molise, due delle Tre Venezie. Ma è anche, banalmente, una questione di bilancio». I Beni culturali rappresentano uno strumento anche per la mafia e per la criminalità organizzata? «Non si possono escludere delle contiguità, anche se non vi sono, finora, evidenze processuali significative, e se il tema non pare rientrare nei loro business classici». In molte abitazioni italiane, ci sono oggetti, reperti antichi di cui è vietata anche la detenzione: che fare? E c'è qualcosa che lei vorrebbe tanto recuperare? «Che fare, non spetta a me dirlo. Posso solo suggerire una utilità, anche scientifica, nel permettere a questo mondo sommerso di emergere; non deriva, di solito, da attività criminose, ma da acquisti incauti, dettati anche dalla moda degli status-symbol. Lo Stato potrebbe poi tutelarsi, con gli opportuni vincoli, e la tassazione in caso di vendita. Per gli oggetti da trovare, a parte i soliti, il Bambinello dell'Ara Coeli o la Natività di Caravaggio, oltre 20 anni fa, il mio primo incarico territoriale è stato ad Urbino, dove mi sono anche sposato: mai ritrovata la testina del figlio del committente del San Sebastiano di Federico Barocci, asportata dal Duomo; un rettangolo di tela, 30 per 40 centimetri, che qualcuno allora ha ritagliato». Generale, c'è ancora qualcosa che non ci siamo detti? «Io penso che le indagini e le misure decise dal Governo abbiano messo in moto un meccanismo positivo; e che la valorizzazione del patrimonio culturale, in tutto il mondo, non sia un arroccarsi, ma risieda nell'interscambio. E se cultura è educazione, non può che basarsi su criteri etici, prima ancora che su fatti e principi giuridici».