Il centro storico di Roma ha un fianco scoperto di fronte a uno straripamento del Tevere. La chiesa di San Pietro e la grotta di Byron, a Portovenere, sono minacciate dall'erosione della scogliera. La villa romana di Piazza Armerina, in Sicilia, con i suoi celebrati mosaici è messa a rischio da colate di fango e scosse sismiche. Vengono i sudori freddi a leggere la ricerca coordinata dall'Enea e dall'Istituto centrale del restauro, sotto l'egida dei ministeri della Ricerca e dei Beni culturali. L'obiettivo è una "Carta del rischio del patrimonio culturale" . Un censimento su base regionale, un work in progress, coordinato dal geologo Claudio Margottini dell'Enea. «Il nostro progetto di salvaguardia», spiega Margottini, « è il primo embrione della carta del rischio. Si tratta di valutare un numero ben più grande di siti. Ma così sono state messe a punto le linee guida». La ricerca è partita nel 2000 e sarà presentata a Roma nelle prossime settimane in una conferenza sui nuovi metodi di salvaguardia dei beni culturali. "L'espresso" l'ha letta in anteprima. Secondo una stima dell'Istituto centrale del restauro, in Italia si trovano 57 mila beni culturali di cui 52 mila architettonici e 5 mila archeologici. Altre ricerche portano il numero a 250 mila. Moltissimi di questi siti soffrono di deterioramenti per cause naturali e alcuni sono del tutto indifesi. Un buon campione dello stato dell'arte a rischio sono i 34 siti italiani, classificati dall'Unesco patrimonio mondiale dell'umanità. Bene: solo il 9 per cento è giudicato al sicuro. «Sono dati da aggiornare», avverte Margottini. E qui interviene la nuova carta del rischio e in particolare la mappa pilota di 14 siti che, oltre a mettere in evidenza i pericoli naturali, servirà da modello per le nuove linee guida nella salvaguardia dei beni culturali. Cinque di questi siti, Roma, Portovenere, San Miniato, Piazza Armerina e Atrani sono nell'elenco dell'Unesco. Chi avrebbe pensato che Roma fosse ancora a rischio alluvione? «Eppure c'è un punto critico, dietro Ponte Milvio. Lì gli argini sono bassi. Di fronte a una piena del Tevere, l'acqua potrebbe straripare e arrivare a piazza del Popolo e via del Corso. È quello che è successo nell'alluvione del 1870, ma i nuovi argini sono stari costruiti solo dal Lungotevere Flaminio verso il centro», spiega Luca Falconi, un altro dei geologi della ricerca. Gli interventi prevedono la costruzione di argini nella zona di Tor di Quinto. Il rischio, secondo le stime della "carta" è di livello medio. Più innovativo, il sistema per proteggere la falesia nella baia di Portovenere, con la grotta dell'Arpaia dedicata a Lord Byron e la chiesa di San Pietro. Oltre al consolidamento delle rocce e alla chiodatura delle crepe, è stato indicato un piccolo "Mose", una barriera subacquea simile a quella progettata per Venezia. Completamente diversa, e forse imprevedibile, la situazione sulla collina di San Miniato, sopra Firenze. Qui le crepe attraversano il terreno, piazzale Michelangelo, il complesso monumentale di San Salvatore, la basilica romanica e le rampe progettate nell'800, per scongiurare crolli. Ma il livello del rischio in questo caso è giudicato basso perché le crepe non si muovono, o si muovono molto lentamente. E per tornare ai casi più famosi: Atrani, sulla costiera amalfitana, ha una spada puntata sui suoi campanili. O meglio molte rocce, in precario equilibrio nella parete calcarea sovrastante. E ancora Civita di Bagnoregio, tra Lazio e Umbria: la città che muore, su uno sperone di calcare in processo di sfaldamento. Qui sono stati allestiti dei pozzi in profondità per controllare il movimento delle fratture del terreno. Altrove i problemi sono i finanziamenti: basterebbe poco interventi per salvare la chiesa rupestre di Vallerano, uno dei pochi esempi di architettura medievale in stile bizantino. A Gerace in Calabria, i crolli mettono in pericolo rovine dell'epoca della Magna Grecia e bizantine. Ma il top del rischio spetta a Piazza Armerina. Gli affreschi della villa romana del III secolo sono rimasti vivi sotto il fango, come la lava ha conservato Pompei. Ora le nuove colate di fango, i movimenti sismici, una falda acquifera che sale, ne minacciano seriamente la conservazione.