UN ministero in subbuglio, quello dei Beni culturali; e uno Stato, il nostro, che talora sembra un po' schizoide: a chi inizia la carriera di archeologo, o di storico dell'arte, richiede, giustamente, sette anni di Università (la laurea quinquennale, e il biennio di specializzazione); mentre a chi s'appresta a dirigere una soprintendenza, e quindi sarà un diretto superiore anche di costoro, permette anche solo una più misera laurea triennale. In più, lamentano numerosi funzionari tecnico-scientifici, bandisce dei concorsi per dirigenti, che favoriscono non chi lavora, magari da decine di anni, nel Ministero, bensì chi al Ministero non ha mai messo piede, e ad esempio opera nel mondo dell'Università. La storia è questa: nel disegno di legge che inasprisce le pene per i "predoni dell'arte perduta", cioè chi scava di frodo, Francesco Rutelli, vicepremier e ministro dei Beni culturali, ha inserito la possibilità di assumere 500 nuovi dipendenti. Di loro, 400 saranno addetti museali, e non più custodi: persone in grado di dare anche qualche indicazione ai visitatori, magari non solo nella lingua di Dante; 100, invece, appunto archeologi, architetti, storici d'arte al primo impiego. Concorso storico: se ne ricordano uno otto, ed uno vent'anni or sono. E da ancor prima che Spadolini istituisse il dicastero (1975), quando il settore era solo una direzione generale della Pubblica Istruzione, l'accesso alla carriera ha sempre richiesto la specializzazione. Ma a un altro concorso, per diventare soprintendenti, la laurea triennale è sufficiente: «Perché lo impone una legge dello Stato del 2004, sulla dirigenza», dice Giuseppe Proietti, archeologo e segretario generale del Ministero. Che sia un po' una follia, forse lo ritiene anche lui: dirigenti dello Stato non, come in Francia, provenienti dall'Ena, che da noi non esiste, ma nemmeno con una laurea "normale"? Solo una legge ad hoc permetterebbe un'eccezione: assai arduo ipotizzarla, specie con i tempi che corrono. «Rischiamo un terribile scadimento», dice Andrea Emiliani, che fa parte del Consiglio superiore, designato proprio da Rutelli. Poi, i funzionari tecnico-scientifici, e in particolare gli archeologi, protestano: nel concorso per soprintendenti, ci sono punteggi per i titoli che penalizzano chi lavora anche da decenni nel Ministero. Bonus per chi ha insegnato? «Nei Beni culturali, lo fanno in tanti; all'università, ma anche corsi all'Opificio delle Pietre dure, o all'Istituto del Restauro; e questo va premiato», continua Proietti. Che gli archeologi (ma con loro chiunque lavori in soprintendenza) lamentino la carenza di mezzi e risorse, è dovuto alle restrizioni di bilancio degli ultimi sei anni: il 47 per cento in meno, per le sole spese di normale funzionamento delle strutture; quest'anno, però, c'è stato un aumento.Ma ci sono anche altri versanti di conflitto. Per esempio, la ristrutturazione del Ministero ha accorpato in una sola direzione generale Beni artistici, storici, architettonici: il Consiglio superiore, presieduto da Salvatore Settis, ha assai poco gradito. Sentiamo sempre Proietti: «La Consulta del Cinema è l'equivalente del Consiglio superiore; non ha accettato l'unificazione tra le direzioni dello Spettacolo e del Cinema. Quella tra archivi e biblioteche, è stata del pari bocciata; e per legge, noi dobbiamo ridurre le spese, accorpando gli uffici. Del resto, architetti e storici si occupano, assai spesso, d'un medesimo edificio: vero?». E i precari? Qui sono i sindacati a protestare: se ne dovevano assumere 2.055, cioè tutti. Ma 872 sono stati penalizzati: stabilizzazione rinviata. «Non ci sono posti liberi nelle qualifiche che li riguardano; però, contiamo di assumerli entro tre mesi. E per intanto, continueranno a essere dei dipendenti, sia pur temporanei, normalmente stipendiati». Ultima questione, l'accorpamento delle soprintendenze, che crea ancora altri scontenti. «Dobbiamo ridurre gli uffici; forse, potrebbe bastare una soprintendenza per ogni tipo in ciascuna regione, con uffici in ogni provincia: uno per i beni architettonici, uno per quelli storico-artistici, uno per i beni archeologici», afferma ancora Proietti. Saranno pure, come qualcuno stoltamente dice, «il nostro petrolio»; ma per i Beni culturali, i tempi si fanno sempre più duri.