L'arte contemporanea è diventata un bene di lusso? Sicuramente molto spesso viene trattata come tale, visto che ormai i collezionisti privati corrono in asta per vendere e rinnovare la propria collezione. Molti americani, infatti, hanno approfittato della sterlina forte per cedere i propri tesori a quest'ultima tornata di aste londinesi chiusasi ieri. «E se una volta un'opera d'arte anche contemporanea si comprava e si custodiva per sempre», rileva Gemma Testa, presidente dell'Associazione amici dell'arte contemporanea (Acacia), oggi non è più così. Perché a un certo punto il gusto e la moda cambiano e spingono a rinnovare la collezione. Proprio come si fa con il guardaroba. E questo lo si vede soprattutto a Londra, che sta conquistando forza rispetto a New York: «Vi è un rafforzamento della leadership del mercato inglese come centro d'incontro dei grandi collezionisti mondiali. In queste aste abbiamo venduto più di due collezioni provenienti dall'America a buyers europei e asiatici», spiega il giovane finlandese Jussi Pylkkanen, presidente di Christie's Europa. «E sugli artisti europei e americani già affermati entrano nuovi e giovani collezionisti, "mentre tanti appassionati d'arte antica stanno vendendo per comprare artisti emergenti». Ma questo non deve far pensare che il mercato non sia selettivo. «Mettiamo molta attenzione alla qualità e al prezzo delle opere che portiamo in asta, altrimenti ri-schiamo l'invenduto», spiega Claudia Dwek, del board europeo di Sotheby's. Bassissimo, peraltro, negli ultimi appuntamenti con il martelletto. «È importante anche mettere in vendita con misura gli artisti per cercare di guidare il mercato in una direzione non troppo speculativa», conclude. E le aste di questi ultimi giorni confermano che il mercato del collezionismo va allargando la propria base con l'ingresso di nuovi ricchi soprattutto dall'Asia tant'è che un collezionista privato asiatico ha acquistato all'asta di Sotheby's le «Nymphéas» del 1904 di Claude Monet per 36,7 milioni di dollari (stima massima di partenza 30 milioni) e dalla Russia. In questo caso molto spesso gli acquirenti sono russi che vivono all'estero e acquistano per riportare in patria i tesori di casa comprando da ricchi americani che rinnovano le pareti del salotto con arte sempre più contemporanea. «Dal 2001 ad oggi il Russian art market ha avuto un incremento del 20, totalizzando nel 2006 circa 153 milioni di dollari, con una percentuale di 46 sul 2005», spiegano da Sotheby's. E sono uomini come Boris Berezovsky, esiliato tycoon del petrolio, e l'uomo d'affari Victor Vekselberg, ormai residente in Svizzera con un patrimonio stimato di 14-15 miliardi di franchi, a ridare cittadinanza a molte opere di artisti russi. Non sono da meno gli indiani, che spesso, facendo affari tra Stati Uniti, Europa e India, affollano le aste londinesi e newyorkesi acquistando arte contemporanea indiana. Come Rajiv Chaudhri, che insieme alla moglie Payal da 15 anni compra arte contemporanea indiana. Mahinder Tak, medico e ambasciatrice dell'arte indiana negli Stati Uniti, sostenitore del Partito democratico e nel board del Trustees per il National Museum for Women in the Arts. O il manager Umesh Gaur, che insieme alla moglie Sunanda ha raccolto una delle più grandi collezioni d'arte indiana dei nostri giorni. Agli artisti cinesi si sta invece dedicando con importanti investimenti Charles Saatchi, collezionista vorace passato ora ad acquistare artisti come Feng Zhengjie e Zang Xiaotao e molti altri. Ma per gli addetti ai lavori è un po' tardi per entrare su questi nomi. «Sull'arte cinese è partito in ritardo», spiega Primo Marella, dell'omonima galleria milanese specializzata in arte contemporanea cinese. «Sta comprando i più famosi a cifre elevate». Un errore insolito per l'uomo che ha lanciato gli Young British Artist. Ma del resto ormai Damien Hirst, uno dei suoi pupilli in mostra nella sua Gallery sin dal 1992, è all'apice della classifica degli artisti viventi. E il Warhol del nuovo millennio e ha già sfondato due sere fa, dopo una serie di rilanci, la soglia dei 19 milioni di dollari con «Lullaby spring». Ma tornando all'emergente arte cinese, lo storico e maggiore collezionista è l'ex ambasciatore svizzero in Cina, Uli Sigg. La sua collezione conta oltre 1.200 opere tra dipinti, video, foto e installazioni. Ha vissuto dagli anni 70 in Cina e alla fine degli anni 80 ha cominciato a raccogliere pezzi. È da un paio di anni la più importante collezione al mondo, anche esposta pubblicamente: la prima mostra «Mahjong», nel 2005 al Kunstmuseum di Berna, adesso fa il giro del mondo. Altra grande famiglia di collezionisti d'arte cinese sono Guy e Myriam Ullens, che hanno costituito la Fondazione Ullens che nel 2008 sbarcherà a Pechino nella famosa 798 Factory, ex fabbrica militare dismessa e divenuta centro creativo. Gli uffici sono stati appena aperti nei pressi di quella che sarà anche la sede di Pechino del Guggenheim Museum. Cinese, indiana, russa e tanta arte occidentale che prende il volo per i Paesi emergenti, un'intera classe affluent compra alla ricerca delle radici e di status symbol. E questo ricco e giovane mercato privato ha ormai preso il sopravvento in asta sui galleristi. «Sono nuovi ricchi alla ricerca di un valore simbolico in contesti sociali e culturali in cui la loro ascesa sociale è priva di storia e di riconoscimento», spiega Stefano Baia Curioni, direttore del Centro Ask dell'Università Bocconi. Il collezionismo si trasforma, più attento, per necessità di rischio economico, alla possibilità di bilanciare i rischi, di rivendere le opere, di conoscerne le quotazioni e i movimenti. Ma tanta domanda d'arte non farà male all'arte? Sicuramente i new buyers non entrano su basse quotazioni, anche se in molti sono convinti che il mercato continuerà a tirare ancora, almeno in linea con i buoni risultati economici. Solo un evento shock o dati negativi su specifici mercati potranno incrinare il trend, spiegano gli esperti. E poi il mercato dell'arte è divenuto un evento mondano dalla Biennale di Venezia ad ArtBasel, per volare poi a Kassel con Documenta e al Sculpture projects di Münster. «Da Cina, Russia e India arrivano le grandi masse liquide che spostano il mercato nei prezzi e nel suo baricentro, sempre più rivolto ad Est», prosegue Baia Curioni Si profilano i tratti di un capitalismo d'arte. «Ma non si riflette abbastanza sul fatto che il mercato dell'arte e quello di borsa sono diversi sul piano informativo e regolativo, non solo, ma le strutturali condizioni di asimmetria informativa e di razionamento dell'offerta che si registrano nell'arte lo rendono piuttosto un sistema di scambi che un vero mercato, nel quale risulta ancora opaco il processo di formazione e attribuzione del valore», conclude il docente universitario. E intanto i collezionisti privati stanno prendendo il posto delle istituzioni pubbliche sul mercato dell'arte. «Principalmente per capacità economiche e per migliore conoscenza del mercato conclude il gallerista Massimo De Carlo visto che il proliferare di musei spesso ha prodotto burocrati che conoscono l'arte ma non gli artisti». Così, da François Pinault a Venezia, a Frank Cohen a Manchester e a Eli Broad a Los Angeles, ognuno crea la propria Fondazione.