"Se si smettesse di parlare di crisi del teatro, rinuncerei a risolverla», rideva Achille Campanile, in Poltroni numerati. Oggi, forse, non se ne preoccuperebbe, di fronte alla sorpresa di un'indagine elaborata su dati Istat. Crescono gli spettatori, in particolare fra i giovani, le cui presenze a teatro sarebbero salite del 10,6 per cento, tutto compreso, in dieci anni (dal 1996 al 2005). Mentre una ricerca Censis del 2002 -su Giovani e la cultura nell'era della comunicazione-ha calcolato che più della metà (60 per cento) degli intervistati considera la cultura come «forza e patrimonio esistenziale». E dallo stesso sondaggio risulta che 20 giovani su cento criticano gli intellettuali, che non sarebbero riusciti a trasmettere lo stesso entusiasmo. Anzi, per il 46,2 per cento, li rimproverano di cedere a compromessi culturali. Di una cosa sono convinti, i giovani, rispetto ai consumi di cultura (oltre al teatro, il cinema, la musica, la lettura): il futuro dipenderà dalle tecnologie (più del 68 per cento di risposte), specie quelle applicate alla comunicazione. Già oggi più della metà dei ragazzi usa il computer, che insidia il primato della Tv. Non schioda il 93,5 per cento di giovani "drogati" dalla televisione, o appesi al telefonino (87 per cento). Meno male che è più cospicua la maggioranza di quelli che scelgono di "stare con gli amici" (oltre il 97 per cento). Con un'altra sorpresa, dopo l'inatteso aumento di presenze a teatro: meno affollate le discoteche (calo del 2,5 percento, calcolato sull'ultimo decennio). Sempre alta la scelta della musica (92 per cento), senza valutare le differenze di genere. Proprio la musica si colloca al terzo posto nelle scelte dichiarate da studenti liceali, da Nord a Sud, a Bologna e a Messina, secondo un'altra ricerca svolta nel 2004. Emerge anche la voglia di fare musica, oltre che ascoltarla, pur se solo il 10 per cento degli intervistati frequenta corsi musicali, e ancora meno (4 per cento) si iscrive al conservatorio. Forse per questo non sanno collocare nella storia della musica i grandi compositori, ma neppure le pietre miliari del "rock" (o pietre rotolanti, come i Rolling Stones). Solo il 21,7 per cento sa che Elvis Presley urlava negli Anni '50. I consumi culturali dei giovani alimentano il divario generazionale che vede, per il teatro, un 30 per cento di ragazzi contro il 18 degli adulti. La forbice si allarga per il cinema (80 per cento giovani, 46 adulti). E cosi per le mostre d'arte (43,4 contro 25) e la lettura di libri (53,6 contro 40,3). I giovani, dunque, riscoprono la cultura, teatro e buona musica? «Questi dati, purtroppo, non sempre sono attendibili, perché vanno scorporati», risponde Giancarlo Sammartano, 61 anni, professore di regia teatrale al corso di laurea del Dams, all'università Roma Tre. Qui, dal 5 al 7 giugno, ha curato lui il Teatro Laboratorio, giornate di studio, riflessione e spettacolo. «Il tentativo del nostro Laboratorio - spiega Sammartano - è di aprire uno spazio di pratica teatrale. Ciò che più interessa agli allievi è l'incontro sul terreno della scelta fra la tradizione e l'invenzione del presente». Perché non sono attendibili i dati statistici sulla buona salute del teatro, specie grazie ai giovani? «Quelli dell'Istat, attraverso la Siae - risponde il professore regista - comprendono anche tutte le produzioni teatrali musicali, musica-spettacolo. Così sembra nascosta la crisi del teatro di prosa, nel totale degli incassi». Però è giovanile anche la folla che applaude la Storia raccontata all'Auditorium di Roma. «Si sta creando una sacca di eccellenza, di giovani non solo rimbambiti dalle cuffiette agli orecchi -risponde ancora Sammartano -uno zoccolo duro di giovani che studiano, leggono, dibattono e vanno a teatro. Del resto, all'Auditorium c'è il forte richiamo dell'evento. Mentre fra i novecento studenti del Dams c'è una massa inerte, richiamata dall'arte, come se non fosse un corso di laurea da frequentare seriamente. Il dramma vero è che la scuola media, né inferiore né superiore, non educa alle arti dello spettacolo. E' paradossale che, per la crisi delle due accademie di teatro e di cinema, proprio l'università debba svolgere un ruolo di supplenza nella formazione di attori e registi». Anche questa è colpa della fiction televisiva? «Pensino i giovani che hanno la fortuna di coltivarsi - conclude Giancarlo Sammartano - di affinare la cultura, compresa quella teatrale o cinematografica, sono distrutti dalla televisione. Rovina la capacità critica, il gusto, la sensibilità». Meno male che gli studenti del Dams, quando vogliono andare a teatro e non hanno i soldi del biglietto, conoscono un trucco: un attimo prima che si alzi il sipario, dicono frettolosamente che sono allievi attori, ed entrano gratis. Al Teatro Laboratorio del Dams, su un racconto di Kafka, si è "esibito" con gli studenti anche lo scrittore e regista Giorgio Pressburger. Da romanziere, ha vinto il premio Flaiano, oltre al Pirandello e al Viareggio, finalista al Campiello nel 1989. L'ineffabile Ennio Flaiano, a proposito della cultura dei giovani, diceva che non hanno ancora cominciato a vivere e già vogliono sopravvivere. Formatosi all'Accademia d'Arte drammatica di Roma. Pressburger, 70 anni, lavora pure in televisione. La rinnega anche lui, senza tradire il teatro? «1 consumi televisivi, e in genere culturali, sono orientati dalla produzione industriale, dal mercato. Ma si può cambiare. Non è così in tutti i paesi. Per esempio, in Inghilterra anche i giovani seguono un gran teatro». «I giovani comprano ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici, per obbligo, per dittatura sociale»: era il dito puntato di Goffredo Parise. Però Pressburger non cede al pessimismo, proprio frequentando i giovani. Ripete che l'avvenire non è troppo remoto dal passato più lontano: «I giorni della settimana si chiamano ancora come gli Dèi greci. Ma il passato - avverte Pressburger - è spesso scomodo, come gli autori che ormai si leggono meno. In America, ad esempio, per fare spazio alle novità, sono stati tolti da una pubblica biblioteca i libri di Hemingway, perché da un anno non si leggono più». Correremo lo stesso rischio per i nostri classici, opere teatrali o letterarie, senza il sostengo dei giovani? «Spero di no. L'Europa è ancora una vera superpotenza culturale», conclude Giorgio Pressburger, che dirige a Trieste un festival di teatro, a confronto il pubblico di oggi con la cultura antica. Mentre si recita Ovidio, nelle strade della vecchia Trieste. Secondo la lezione di Roland Barthes, il quale insegnava ai giovani che il buon teatro è quello dove lo spettacolo lo crea lo spettatore. E i giovani, di fantasia, ne hanno tanta. Almeno quella.