In estate capita di tutto. Dai concerti alle prove sportive, dalle gare di bocce (per pochi ormai) alle aste nei luoghi di villeggiatura, alle mostre d'arte, naturalmente. Il programma che l'assessore comunale alla Cultura, Vìttorio Sgarbi. ha proposto a Roma delle manifestazioni milanesi è stato presentalo, come sempre fa il critico, in modo intelligente e provocatorio. Ma il problema non sta qui, nella mostra prima in parte vietata e poi non vietata ai minori «Vade Retro. Arte e omosessualità». Si è visto ormai di tutto e certo le trasgressioni dalla norma, sessuale o no, non fanno effetto. Ma fanno parlare, questo sì. Più stimolante sembra la mostra «Arte italiana 1968-2007. Pittura» che sta per aprirsi a Palazzo Reale e che dovrebbe dare conto di un percorso diverso, come suggerisce il critico, illustrando artisti esclusi o di recente esclusi dalla Biennale di Venezia. Poi vi sono altre cose, la mostra organizzata da Gian Enzo Sperone, un noto gallerista, aperta finora a Palazzo Venezia a Roma e adesso in procinto di passare a Milano, e diverse altre manifestazioni, come la personale del reboante Botero. Ma il nodo sta qui: l'estate che ovunque porta concerti di seconda categoria, iniziative nazional-popolari, nel campo delle mostre offre del nuovo, almeno sul piano dei nomi che si propongono? In alcuni casi sì, ma non credo che sia questo il punto. In genere nel nostro Paese gli assessori alla cultura hanno l'ossessione delle mostre, e dunque delle operazioni del tutto estemporanee, perché sono attente al mercato e si fanno rapidamente. Nessuno pensa che costruire una collezione, organizzare un museo, insomma investire in modo stabile nella cultura sia un dovere, una necessità imprescindibile. Si racconta che, se ogni assessorato alla cultura nelle grandi città avesse investito, dal dopoguerra ad oggi, in acquisti di opere d'arte, la metà delle somme spese in mostre, oggi avremmo una decina di grandi musei e una ottantina di musei di medio calibro. Si tratta di decine di migliaia di miliardi delle vecchie lire. Ma nulla di questo è accaduto, da noi le mostre si fanno a sedici per volta, anche di più. Ma perché? Provate a vedere le mostre che fanno al Moma o al Metropolitan a New York, al Louvre, alla Bibliothèque Nazionale, al Grand e al Petit Palais a Parigi, provate a vedere cosa fanno a Londra e sfogliate i cataloghi. Ogni mostra è un contributo critico, una ricerca durata anni, diventa un momento di passaggio irrinunciabile negli studi. Le mostre le fanno i curatori dei musei e i loro staff, oppure gli specialisti internazionalmente noti di arte contemporanea. Provate invece a scorrere i cataloghi delle nostre rassegne, godetevi Klee oppure Magritte, Chagall o chiunque altro per le opere proposte, ma non cercate la ricerca, non esiste, salvo qualche paginetta di mediocre retorica come introduzione. Così non abbiamo scelta: le mostre susciteranno certo interesse, magari scandalo, Vittorio Sgarbi è un bravissimo narratore, un conduttore di grande esperienza, ma quale sarà il contributo delle mostre alla ricerca? Basteranno i cataloghi felicemente illustrati, basteranno le conferenze stampa, basterà tutto questo? O non servirebbe un programma complesso, pluriennale, legato a una revisione dei modelli di analisi, portato avanti da gruppi di giovani preparati che, magari, si concentrino su alcune rassegne, diciamo tre o quattro all'anno? Il resto si può lasciare alla gestione pubblico-privata, o meglio ancora privata. Senza pretese di ricerche a monte. Ma, con le economie, sarà bene pensare a far crescere le collezioni pubbliche.
Troppe mostre mordi e fuggì Meglio investire in musei e collezioni che restano alla città
L'assessore alla Cultura di Roma, Vittorio Sgarbi, ha proposto un programma di manifestazioni culturali milanesi, che include mostre d'arte, concerti e prove sportive. Tuttavia, il critico sostiene che il problema non è la qualità delle manifestazioni, ma piuttosto la mancanza di un piano di ricerca e di investimenti stabili nella cultura. Secondo Sgarbi, le mostre sono spesso estemporanee e si concentrano sul mercato, mentre non si pensa a costruire collezioni e musei a lungo termine. Il critico sostiene che le mostre italiane sono spesso superficiali e non contribuiscono alla ricerca critica, ma piuttosto si concentrano sulla promozione di artisti e opere d'arte.
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