È ormai questione di giorni. Al massimo di qualche settimana. E poi alle ruspe impegnate ad abbattere gli edifici abusivi in vari punti della periferia si affiancheranno i bulldozer incaricati di stendere al suolo una parte della Galleria nazionale d'Arte moderna, a Valle Giulia. Illecito e lecito idealmente assimilati per un verso da un'azione risanatrice e per l'altro, secondo alcuni, devastante. Il «caso» su cui si sta accendendo la discussione tra architetti, docenti di urbanistica, artisti, intellettuali nasce addirittura prima del lontanissimo Sessantotto e apparentemente riguarda un semplice ampliamento dell'edificio disegnato da Cesare Bazzani e realizzato nel 1911 con rimaneggiamenti ventidue anni dopo. Fu infatti nel 1965 che la direttrice della Gnam, Palma Bucarelli, su indicazione di Giulio Carlo Argan incaricò uno dei maestri del razionalismo italiano, l'ingegnere Luigi Cosenza, di erigere un nuovo spazio per le esposizioni utilizzando l'area alle spalle della Galleria. Cosenza, scomparso a 79 anni nel 1984, «punta a un corpo di fabbrica - sono parole di Paolo Portoghesi, autore della Moschea e storico dell'architettura - sporgente, di forma cubica, collocato sull'asse della scalinata preesistente. Privilegia un percorso reale rispetto a una magniloquente pagina di urbanistica». Sembra incredibile, ma la nuova ala della Gnam viene consegnata nel 1988: all'edificio di stile umbertino vengono aggiunti 2500 metri quadrati coperti. Insufficienti, dieci anni dopo: perché nel 1999 viene bandito un concorso internazionale per ampliare ancora di più la superficie espositiva. La gara è vinta dallo studio svizzero Diener Diener. E qui nasce una polemica che va ben oltre la questione dell'ampliamento museale. Si discutono principi fondamentali: per andare verso il futuro si può cancellare il passato? E fin dove si deve arrivare? E ancora: le opere architettoniche del Novecento, tanto a lungo trascurate ed ora rivalutate, vanno difese a oltranza? Oppure la qualità può comprendere talora esempi da poter eliminare proprio per difenderne il livello? Si finisce sfiorando l'ideologia: abbattere è di destra, riusare è di sinistra, anche se nel caso dei «ponti» di Laurentino 38 le posizioni sono trasversali. Il fatto è che il progetto Diener in pratica si sovrappone, cancellandolo, all'edificio di Cosenza. Il 13 settembre è stato pubblicato il bando per appaltare l'onera (spesa: 24,4 milioni) ed entro il prossimo febbraio si aprirà il nuovo cantiere. Intanto, le benne avranno «pulito» l'area d'intervento. Sono in parecchi a costituire il fronte del no. Da Portoghesi, furente, a Renato Nicolini, a Franco Purini, a Giorgio Muratore a tanti altri docenti (tra cui l'ex assessore al Territorio, Cecchini) e professionisti, affiancati da una fetta dell'intellighentzia romana al corrente di una vicenda tenuta sotto tono dalla direttrice della Galleria, Bianca Alessandra Pinto, «E giusto - polemizza Paolo Portoghesi- che in una città in cui il Razionalismo architettonico ha lasciato pochissime testimonianze, in cui non vi è nessuna opera di Cosenza - un maestro da affiancare a Persico, Terragni, Pagano, Libera - si cancelli un'opera incompiuta sì, ma già definita nei suoi spazi e completata per quanto riguarda l'elegante e discreta configurazione esterna? Che ne pensa la Corte dei Conti dell'eventuale clamoroso spreco di risorse pubbliche?». Portoghesi chiama in campo il giudizio sull'«ala Cosenza» dato dall'amico Giulio Carlo Argan nell'88: «Luigi ha fatto un progetto bellissimo, che prevedeva anche la sistemazione ambientale: avrebbe dovuto essere un centro di propulsione culturale in una capitale culturalmente depressa com'è Roma. Cosenza l'aveva disegnato con gioia; era destinato a un fine educativo e sociale». «Anziché completare l'opera di Cosenza - rinforza Nicolini, che inventò l'Estate romana come assessore alla Cultura - si è bandito un concorso che invitava a mantenere il suo progetto e poi si è premiata l'unica proposta che prevede di abbatterlo: uno spreco di energie intellettuali, di senso storico e di danaro pubblico». Purini, docente dì Composizione architettonica e urbana a Valle Giulia, ritiene «scandaloso quanto sta succedendo alla Gnam. Invece di valorizzare l'architettura nobile del Novecento, si pensa di eliminarla». Icastico come spesso vuole essere anche Giorgio Muratore, docente di Storia dell'arte e dell'architettura contemporanea a Valle Giulia, indica apertamente «lo spreco di soldi pubblici per fare inutile promozione. Stiamo parlando di un progetto comunque firmato anche se non del tutto attuato. L'ala Cosenza è un edificio che è costato danaro statale ed è ridicolo abbatterlo per far giocare architetti "amici di famiglia"». Anche se non mancano le voci a sostegno della pronta realizzazione dei disegni dello studio svizzero, esse sembrano preferire un silenzio favorevole al corso dei fatti. Il coordinatore tecnico del nuovo ampliamento della Galleria, architetto Francesco Garofalo, sottolinea l'autorevolezza della giuria che ha scelto la proposta Diener (Vittorio Magnano Lampugnani, Heintz Tesar, Mario Lupano e altri). «L'ala Cosenza - aggiunge - non è mai stata realizzata del tutto e secondo i disegni dell'autore. In ogni caso oggi non è più funzionale alle esigenze di una Galleria che necessita di nuovi spazi e servizi per tenere il passo con i musei d'Europa. Non bisogna dimenticare - sottolinea Garofano - che l'edificio è stato pensato negli anni Cinquanta, progettato negli anni Sessanta, costruito negli anni Settanta e abbandonato negli anni Ottanta». Giudice ultimo ma, come pare, privo di poteri esecutivi reali, Pio Baldi, direttore generale per l'Arte e l'architettura contemporanee del Ministero dei Beni culturali, sostiene di «voler vedere chiaro in questa vicenda». Ha costituito una commissione «per capire quanto di Cosenza ci sia nell'opera esistente». Poi deciderà. O almeno dirà la sua, perché sembra che ormai ogni discussione sia inutile: la nuova ala della Gnam si deve fare. «Noi però - assicura Baldi - vogliamo bene a Cosenza: vogliamo dedicargli una mostra e potremmo anche intitolargli una stanza del nuovo edificio». Oltre al danno, una affettuosa beffa.