All'indomani della caduta del muro di Berlino, gli uffici della Stasi, la potente polizia politica della Ddr, furono presi d'assalto da una folla esultante che si trovò di fronte a una montagna di carta e di cenere: milioni di fascicoli personali intestati a cittadini controllati e perseguitati, ma anche dossier dati alle fiamme o fatti a pezzettini. Qualcuno raccolse quei brandelli di carta che ora sono conservati a Norimberga. È stato calcolato che per ricomporre i fascicoli ci vorrebbero più o meno 370 anni! C'è qualcosa, in quelle giornate berlinesi, che appartiene solo alle dittature: gli archivi di Stato servono per «sorvegliare e punire», custodiscono i segreti del potere, sono esclusivamente un instrumentum regni. E tuttavia, tracce di questa realtà si trovano anche negli Stati democratici. Tra Otto e Novecento il nesso tra archivi e Stato si è fatto sempre più stretto. Gli Stati nazionali perimetravano i rispettivi territori consolidando confini, appartenenze, identità: la documentazione che attestava la loro legittimità, che era la prova della loro sovranità, veniva conservata in un luogo che, a quel punto, era il deposito della storia e della memoria ufficiali di un Paese. Era tutto chiaro: lo Stato decideva cosa conservare e archiviare e gli archivisti erano funzionari statali. Agli archivi si rivolgevano soprattutto gli storici, che costruivano attraverso quegli archivi una storia compiutamente nazionale. Questa configurazione è adesso andata in frantumi. A guidarci in uno scenario in larga parte inedito è un libro in uscita da Bruno Mondadori (II potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea) con tre saggi dedicati rispettivamente al loro ruolo nella ricerca (Isabella Zanni Rosiel-lo), al loro rapporto con la memoria e l'identità (Stefano Vitali), al nuovo modo di porsi nei confronti della democrazia e dei diritti (Linda Giuva). Un vero terremoto si è verificato in seguito all'affievolirsi della presa dello Stato. Così, ad esempio, a fianco della documentazione ufficiale si è registrato l'avvento di una miriade di archivi personali, di carte private sradicate dai bauli e dalle soffitte e «depositate», messe in circolazione, diventate totalmente «pubbliche». Sono cambiati i «produttori» e sono cambiati i «fruitori»: una ricerca negli archivi inglesi che risale al febbraio 2001 indicava nel 5,5 quelli che li frequentavano con finalità di ricerca, nel 9,6 quelli impegnati in altre attività professionali e nell'82,3 quelli che lo facevano per interesse personale, per hobby ; per ricostruire la storia della propria famiglia. Un'ondata di «privatizzazione sembra investire la storia e la memoria" e c'è un dato statistico, tutto italiano che fotografa con efficacia questo ridimensionamento del ruolo dello Stato nel 2006 ai bilanci degli archivi sono stati operati tagli che oscillano dal 20 al 51 rispetto al 2005; sempre nel 2006 al ministero dei Beni culturali è stato dato le 0,3 del budget complessivo statale (contro l'1 della Francia e l'l,35 della Germania). Nelle zone lasciate libere dallo Stato ha fatto irruzione in modo dirompente il mercato con le sue logiche. Si sta affermando una concezione patrimoniale degli archivi, un interesse concentrato solo ed esclusivamente sulla loro natura di «beni culturali» in grado di produrre manifestazioni ad alto reddito, flussi di turismo culturale o ritorni d'immagine. Ma ci sono anche altri cambiamenti, più profondi. L'affiorare di una nuova generazione di «diritti umani» (la tutela della privacy, ad esempio) ha ridisegnato il tradizionale confine tra gli aspetti visibili e invisibili del potere, restituendoci una nuova concezione della democrazia. In quest'ottica gli archivi smettono i panni tradizionali degli arcana imperii per diventare un indispensabile strumento per la tutela etica e giuridica della nostra convivenza civile. Oggi, nella maggior parte dei casi, il segreto rappresenta una patologia della democrazia; la segretezza, intrecciata alla logica della ragion di Stato, conduce inevitabilmente alla menzogna per dissimulare comportamenti e ingannare l'opinione pubblica e questo autoinganno porta alla fine a decisioni politiche errate (come fu quella di Bush in Iraq). C'è invece la possibilità di un nuovo tipo di segreto, non più costruito per difendere le istituzioni come in passato ma chiamato a trasformarsi in strumento di difesa contro l'invasività del controllo pubblico e l'uso improprio delle informazioni raccolte e conservate dal potere. Meno segreti e più trasparenza per le istituzioni; più segreti a tutela degli individui. È solo un esempio, ma significativo: gli archivi perdono gli aspetti monumentali legati al loro rapporto con la statualità e diventano una risorsa per i cittadini, a presidio delle loro libertà, dei loro diritti, delle loro esigenze di verità e giustizia.
Archivi addio Si privatizza anche la storia
Dopo la caduta del muro di Berlino, gli archivi della Stasi furono presi d'assalto e milioni di fascicoli personali furono distrutti. Questo evento ha portato a una riflessione sulla funzione degli archivi nello Stato e nella società. Gli archivi tradizionalmente servivano per sorvegliare e punire, ma ora stanno cambiando. La privatizzazione e la democratizzazione hanno portato a un aumento della disponibilità degli archivi e a una nuova concezione della democrazia. Gli archivi non sono più solo un deposito della storia ufficiale, ma anche un strumento per la tutela etica e giuridica della convivenza civile.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo