SAGGI DI LINDA GIUVA, STEFANO VITALI E ISABELLA ZANNI ROSIELLO i limiti posti dallo stato nellaccesso ai documenti -------------------------------------------------------------------------------- Milan Kundera lo evoca come un "cimitero di carte", ancor più triste del castello di lapidi perché non ci si va neppure nel giorno dei morti. Per Kafka è simbolo dellottusità burocratica, con esiti angoscianti e imperscrutabili. Solo José Saramago riesce a rovesciarne il senso da "deposito polveroso e mortifero" a "memoria viva" e inestinguibile "volontà del ricordo". Basterebbe il rapporto tra la letteratura e gli archivi per cogliere levolversi delle sensibilità intorno a uno degli istituti più influenti e preziosi nella vita dun paese (e in Italia tra i più trascurati). Una rilevanza non solo sul piano culturale ma anche giuridico ed etico che è andata crescendo negli ultimi decenni, ora efficacemente fotografata da un saggio dal taglio innovativo, Il potere degli archivi, che fin dal titolo ne rimarca le crescenti potenzialità anche in difesa dei diritti dei cittadini (Bruno Mondadori, pagg. 224, euro 20). Ne sono autori Linda Giuva, Stefano Vitali e Isabella Zanni Rosiello, abili nel raccontare i mutamenti intervenuti nellultimo ventennio, anche in relazione ai modificati equilibri internazionali (il volume sarà presentato oggi alle 17 presso lEnciclopedia Treccani da Luciano Canfora, Giovanni De Luna e Mariella Guercio, con lintervento del ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli). Seppure irrinunciabili strumenti del diritto - nelle fonti archivistiche possono trovare riscatto persone e popoli, come è accaduto nei paesi dellEst dopo la caduta del Muro o in Cambogia negli anni Novanta, ma anche in Argentina e in Cile alla fine delle dittature militari - agli archivi continua a essere associata limmagine cupa e terribile dun potere lontano e vessatorio. Un profilo bifronte, affrontato con meticolosità da Linda Giuva, che insegna Archivistica allUniversità di Arezzo (ed è moglie di Massimo DAlema, ma in questo caso davvero non centra). Tra i motivi che alimentano limmagine dellarchivio come scrigno degli arcana imperii sono i limiti posti dallo Stato nellaccesso alla documentazione. Anche in Italia il segreto non è mai stato debellato, in ossequio alla tradizionale regola imposta dai dominanti per sfuggire allo sguardo dei dominati. Ma la segretezza può essere dettata anche da unaltra necessità, quella di garantire la privacy dei cittadini, ed allora il segreto non è più instrumentum regni ma tutela del suddito dagli abusi del principe. Tra esigenze opposte, occorre come sempre trovare una misura. Il problema è che lestensione della secretazione può avvenire senza regole e senza monitoraggi, come è accaduto negli Stati Uniti in tempi recenti. «È molto forte il sospetto», scrive Giuva, «che dietro nobili motivazioni quali la sicurezza dei cittadini e dello Stato si nascondano comportamenti illegali, protezioni complici, mascheramento di responsabilità, occultamento della verità, imbarazzi e menzogne, tentativi di evitare di fare i conti con il proprio passato». Esemplare in Francia il caso Papon, prefetto di polizia a Parigi allepoca delleccidio algerino (ottobre del 1961). Il divieto di accesso alle fonti archivistiche ha consentito quel fenomeno di amnesia sociale che per anni ha paralizzato la coscienza francese. Lì come altrove. Non che da noi le cose vadano meglio. A storici ed archivisti è impedito entrare negli archivi dellArma dei Carabinieri o della Guardia di Finanza, ossia è vietato consultare carte - scrive Aldo Giannuli - che consentirebbero di ricostruire la storia economica più recente del nostro paese, inclusi grandi fallimenti e scandali finanziari, traffici di valuta e attività tangentizia. Le opacità sono destinate ad accrescersi dinanzi agli archivi del potere invisibile, documenti prodotti da strutture che operano fuori legge o contro la legge, come le carte del Sifar, di Gladio o di Licio Gelli. Quel che sarebbe auspicabile non è tanto unillimitata libertà di accesso - in potenziale conflitto con lesigenza opposta di tutela della privacy - quanto lelaborazione di una normativa che renda il segreto apposto sui documenti "uno strumento eccezionale, motivato e temporaneo". Il segreto - conclude Giuva - dovrebbe in sostanza avere una sua trasparenza. Un appello che appare paradossale, ma non lo è. I criteri di secretazione sono spesso sfuggenti, consentono arbitrarietà e discrezionalità. La legge italiana sul segreto di Stato, una normativa del 1977, è definita "farraginosa" e "insufficiente". Il segreto può così slittare verso locculto, pericolo contro il quale nessun paese è vaccinato. Ampie zone dombra impediscono un uso pienamente libero degli archivi. Norberto Bobbio, con un efficace eufemismo, li definiva "insuccessi della democrazia".
Tutti quei segreti chiusi in archivio
Il potere degli archivi: come la segretezza può diventare un'arma contro la democrazia. Il libro è stato scritto da Linda Giuva, Stefano Vitali e Isabella Zanni Rosiello. Il volume è stato presentato oggi alle 17 presso lEnciclopedia Treccani da Luciano Canfora, Giovanni De Luna e Mariella Guercio, con l'intervento del ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli. Il libro affronta il tema della segretezza e del potere degli archivi, analizzando le limitazioni poste dallo Stato nell'accesso ai documenti. I tre autori sostengono che la segretezza può essere un'arma contro la democrazia, poiché può essere utilizzata per nascondere informazioni importanti e per limitare la libertà di informazione.
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