Venerdì scorso, il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo regolamento per la riorganizzazione del ministero dei Beni e attività culturali, che prevede, tra l'altro, la riduzione delle Direzioni generali da dieci a nove, un'unica Direzione generale per il paesaggio, l'architettura e l'arte contemporanee e la razionalizzazione delle soprintendenze, con il controverso accorpamento della Soprintendenza di Napoli e Pompei nell'ottica della razionalizzazione e rideterminazione delle sedi periferiche con la riduzione del 5 per cento degli uffici dirigenziali. «Il Consiglio era molto imbarazzato e ha ribadito il suo giudizio negativo su tutto l'impianto della riforma»: così Gianfranco Cerasoli, responsabile nazionale della Uil per i Beni culturali e membro di diritto del Consiglio Superiore dei beni culturali, pochi attimi dopo il termine del summit a cui ieri pomeriggio erano stati chiamati i 18 membri scelti tra eminenti personalità del mondo della cultura, esperti, sindacati e tecnici. Tutto come ampiamente annunciato, dunque. Quella riforma, così come è stata congegnata e che prevede, oltre alla sparizione della direzione generale per il patrimonio storico artistico che viene unificata con quella per i beni architettonici, anche e principalmente l'accorpamento delle due Soprintendenze archeologiche di Napoli e Pompei, per un motivo o per un altro, crea solo malumori. «Secondo noi - riprende Cerasoli - la fusione tra Napoli e Pompei non ha nessuna motivazione tecnica. Anzi, è una sorta di specchietto per le allodole perché anche nella relazione presentata a sostegno del provvedimento viene segnalato come utile per creare altri istituti. Per noi, non solo le due soprintendenze devono restare separate ma non deve nemmeno essere eliminata la figura del city manager. Anzi, chiediamo che sia estesa anche alle altre soprintendenze speciali: Firenze, Roma, Venezia e Napoli (si tratta del Polo Museale speciale guidato da Nicola Spinosa, ndr) e abbiamo già chiesto di essere ascoltati dalle Commissioni Cultura di Camera e Senato». Come si può immaginare, non esiste un fronte unico all'interno del Consiglio. Che, sebbene con numerosi distinguo, appare unito nell'esprimere forti perplessità sulle linee generali della riforma, ma nel «caso» Pompei si spacca del tutto. Il mondo scientifico, difatti, con buona parte dei suoi membri più autorevoli e con Salvatore Settis in prima persona (è il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, oltre ad essere Direttore della Scuola Superiore Normale di Pisa) sostiene che si tratta di «una ricongiunzione storicamente giusta, perché riallaccia museo e territorio». «Tra le altre - ribadisce Claudio Calcara della Cisl per i Beni culturali - riteniamo che non si possano solo usare motivi, per così dire, ragionieristici e diretti solo al risparmio. E non è detto che nel caso specifico ci sia effettivamente questo risparmio». «Il problema sta tutto nel valutare i costi dell'operazione e i benefici che ne deriverebbero», sottolinea Paolo Persico, responsabile degli Enti locali per i Ds. «La nostra proposta - dice - considera una discussione complessiva su quello che dovrà essere il futuro dei siti archeologici e dei beni culturali campani». Vale a dire che oltre a guardare se e quanto risulta «pieno» il «bicchiere» della riforma, bisognerà anche vedere se il contenuto è acqua fresca o qualcosa di più consistente. Perché, in effetti, oltre alla «salvaguardia dei livelli occupazionali e al divieto di ricorrere a forme di mobilitazione forzate», così come indicato dalla Quercia, si dovranno creare dei centri di eccellenza che siano in grado di esaltare quanto di specifico e peculiare offre il territorio, si dovrà garantire delle azioni politiche che consentano di aprire alle visite quei siti che hanno elementi di interesse culturale, scientifico e archeologico (l'area delle cosiddette «palafitte» di Longola - Poggiomarino, o l'altra delle ville romane interne alla Cava Ranieri) capaci di avere una ricaduta sui flussi turistici e finora mai considerati, ma essenzialmente bisognerà ottenere garanzie scientifiche e amministrative sulla tutela del patrimonio». Il piano di lavoro diessino dunque prevede un «confronto in Parlamento sulla base di elementi di analisi e di proposta» e una «conferenza Stato-Regioni in cui si apra un confronto a tutto campo sul futuro dei Beni Archeologici e culturali del territorio», anche perché l'Europa non darà contributi senza precise garanzie sui progetti.