Per una scultura, il catalogo del J. Paul Getty Museum di Los Angeles riporta: "Kouros. Greek, Thasian (?) marble, ca. 530 B.C. or modern forgery. H: 200 cm. (80 in.)". Nella terminologia della scultura greca, 'kouros' (alla lettera 'giovane uomo') indica una figura maschile nuda, in piedi, con la gamba sinistra leggermente avanzata e le braccia distese lungo i fianchi. L'imponente scultura, due metri di altezza, in marmo dell'isola di Thasos, è appunto corredata da una definizione cronologica - '530 a.C. o falso moderno' - che lascia perplessi. La statua ha una storia breve e travagliata. E' stata offerta in vendita al Getty Museum nel 1983; il mercante d'arte, Gianfranco Becchina, richiedeva quasi 10 milioni di dollari. Il museo accettò in prestito l'opera e avviò la sua indagine. A prima vista la statua sembrava avere qualcosa in comune con il kouros di Anavyssos, al Museo Archeologico Nazionale di Atene; e questo cominciava a fornire coordinate di tempo e di spazio. Nessuna indicazione veniva offerta sul luogo e sulla data in cui la statua era stata ritrovata; ma era accompagnata da un pacco di documenti da cui risultava che era appartenuta almeno dagli anni Trenta a un collezionista svizzero, che a sua volta l'aveva acquistata da un noto mercante d'arte greco. Un'indagine geologica appurò che il marmo proveniva da una cava dell'isola di Thasos, capo Vathy, e che la superficie era ricoperta da una patina di calcite, che si era formata nell'arco di centinaia se non migliaia di anni. Il Getty Museum decise di acquistare la statua, che venne esposta per la prima volta nel 1986. Della cosa si occupò anche un articolo di prima pagina del New York Times. Qualche mese dopo Marion True, curatrice della sezione antichità del Getty, scriveva su una rivista d'arte un entusiastico resoconto del nuovo acquisto. Ma nell'ambiente degli studiosi si levavano voci dissenzienti sull'autenticità dell'opera. Al J. Paul Getty Museum cominciarono ad avere qualche problema e reagirono alla grande: il kouros fu trasportato ad Atene e furono invitati i maggiori esperti per un convegno, con la presenza dell'interessato. Il risultato fu deludente. Tra l'altro Angelos Delivorrias, direttore del Museo Benaki di Atene, illustrò la contraddizione tra lo stile della scultura e il fatto che era realizzata in marmo di Thasos. La conclusione che lo stile del kouros del Getty fosse vicino a quello di Anavyssos cominciò a rivelarsi dubbia: più gli esperti lo studiavano, più si rivelava un pastiche di stili, riconducibili a luoghi e a tempi diversi. Mentre vennero fuori, fortissime, le somiglianze con un kouros più piccolo e incompleto, individuato in Svizzera nel 1990, realizzato - con lo stesso tipo di marmo - da un falsario romano nei primi anni Ottanta. Il modello, di entrambe le opere, sembra essere una statuetta in bronzo. Si cominciò a delineare una divisione tra sostenitori dell'autenticità e non: in generale archeologi e storici d'arte propendevano per considerarlo un falso. Entro breve tempo anche le evidenze esterne e di laboratorio cominciarono a saltare. Le lettere che dovevano ricondurre la statua a una collezione privata in cui si trovava almeno dagli anni Trenta (e che erano state prese per buone dai legali del Getty) risultarono essere false. La patina che rivestiva il kouros, si era detto che doveva essersi formata in maniera naturale, nel corso di centinaia o di migliaia d'anni; un altro geologo giunse alla conclusione che, con l'aiuto di certe muffe, lo stesso risultato si poteva ottenere artificialmente in pochi mesi. E' stato osservato che normalmente i collezionisti tendono a non credere all'expertise che smaschera un falso di loro proprietà; non vogliono accettare di essere stati bidonati e preferiscono quanto meno conservare il dubbio. Evidentemente la stessa regola vale anche per certi musei. D'altra parte sono state fatte anche altre osservazioni: un gran numero di antichità, non provenienti da scavi regolari, finisce in collezioni e musei per un prezzo sempre più alto; paradossalmente è lo stesso acquirente a far lievitare il prezzo, dato che l'acquisto di un'opera per una cifra molto alta fa crescere il prestigio del museo che la espone. Il fenomeno ha una serie di conseguenze. Creando una domanda di mercato, si alimenta il fenomeno degli scavi clandestini. Ma si agevola anche il fenomeno delle falsificazioni. Quindi: non solo i danni diretti degli scavi clandestini, ma anche l'inquinamento delle conoscenze causato dalla circolazione di falsi accreditati. Su quest'ultimo punto può essere interessante un esempio risalente a qualche anno fa; e che riguarda sempre un importante museo americano. Tra il 1915 e il 1921 il Metropolitan Museum di New York comprò sul mercato romano tre grandi sculture di terracotta, identificate come opere etrusche della fine del VI secolo a.C.: un guerriero alto circa due metri e mezzo, con l'alto cimiero, levava la destra a brandire la lancia ormai mancante; sul braccio sinistro restava il bracciale dello scudo. Un'altra figura di guerriero aveva dimensioni minori. Di una terza figura di dimensioni maggiori rimaneva la testa con l'elmo. Nel 1933 il Metropolitan superò i propri dubbi ed espose le statue. Quasi immediatamente nel mondo dell'arte cominciarono le discussioni. Solo nel 1961 il museo riconobbe che si trattava di falsi e li ritirò dall'esposizione. Erano stati realizzati a Orvieto tra il 1914 e il 1919; gli stessi autori avevano creato un certo numero di opere "etrusche", lavorando su foto di libri in edizione economica. Il modello del grande guerriero di terracotta era un bronzetto a Berlino.
SICILIA - Un kouros caro e invecchiato precocemente
Il J. Paul Getty Museum di Los Angeles ha acquistato una scultura di marmo di Thasos, attribuita a circa 530 a.C., che è stata oggetto di controversia. La statua, alta 2 metri, è stata offerta in vendita nel 1983 e il museo ha accettato di acquistarla in prestito. Tuttavia, gli esperti hanno messo in dubbio l'autenticità dell'opera, che sembra avere somiglianze con un kouros di Anavyssos, un'altra scultura greca. Un'indagine geologica ha confermato che il marmo proveniva da una cava dell'isola di Thasos, ma la patina sulla superficie della statua è stata rivelata essere artificiale.
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