Lultima scoperta: una metropoli di 10.000 anni fa a 320 km dal Cairo. Gli esperti: "Grandi potenzialità, finora sfruttate solo allo 0,01" DallEgitto allItalia, sempre più numerosi i siti individuati dallo spazio Vegetazione e tassi di umidità sono i principali indicatori per un possibile avvistamento -------------------------------------------------------------------------------- ROMA - Dovè finito Indiana Jones? Lera delle mirabolanti avventure alla ricerca di mondi perduti è ormai storia del passato. Ora "Indi" siede dietro un computer, analizza immagini radar o "multispettrali" prese dai satelliti e dopo ore di confronti punta il dito su una città scomparsa o su un antico insediamento. La più recente scoperta via satellite riguarda una metropoli egizia di 1.600 anni fa: si trova 320 chilometri a sud del Cairo, e il rinvenimento rientra in un progetto che ha come obiettivo quello di trovare antichi luoghi archeologici prima che questi vengano distrutti o ricoperti da insediamenti dei nostri giorni. «Le analisi satellitari ci hanno permesso di individuare sul terreno un grande centro regionale di commerci tra Grecia, Turchia e Libia», ha detto Sarah Parcak dellUniversità dellAlabama. Ma questa è solo una delle oltre 400 città che larcheologa ha già individuato con le immagini satellitari, la più antica delle quali risale a 5.000 anni fa. Stando alla ricercatrice ciò che è stato scoperto in Egitto è solo lo 0,01 di quello che si potrebbe ancora trovare con lo studio satellitare. Ma in cosa consiste questo lavoro? Nicola Masini dellIstituto per i Beni Archeologici e Monumentali del Cnr di Potenza spiega: «Oggi esistono satelliti in grado di osservare la superficie del suolo con dettagli che scendono fino a 60-70 cm e a diverse "bande spettrali", ossia a lunghezze donda in grado di vedere anche nellinfrarosso. Poiché le strutture sepolte producono modifiche sul contenuto di umidità nei suoli sovrastanti o sullaccrescimento della vegetazione, caratteristiche che si evidenziano molto bene proprio nellinfrarosso, si capisce come le immagini satellitari siano diventate una strada indispensabile quando si vuole condurre una ricerca archeologica. Ovviamente lideale è integrare rilevamenti satellitari di vario tipo». Il satellite italiano Cosmo Sky-Med, da poco lanciato, è stato descritto come un satellite in grado di mettere in luce siti archeologici, ma esso non fotografa il terreno, bensì lo scandaglia con immagini radar. Continua Masini: «Ciò è possibile perché le onde radar possono penetrare il terreno ed essere riflesse in modo diverso da ciò che vi è al di sotto di esso. La metodologia è ottimale quando si vogliono indagare aree desertiche, dove le differenze di umidità dei suoli sono inesistenti. Le onde radar le utilizzeremo a partire da luglio per individuare cosa sè sotto il deserto di Nazca (noto per le famose "linee"), in Perù». Masini in collaborazione con Anna Lasaponara, ha recentemente portato alla luce, attraverso luso di immagini riprese da QuickBird, tracce di strutture sepolte appartenenti a villaggi medievali a Monte Irsi, ai confini tra Basilicata e Puglia. Sempre in queste ultime settimane, Tom Sever, un archeologo della Nasa, ha scoperto canali per lirrigazione scavati dai Maya in Guatemala nel 900 dopo Cristo: servirono per combattere un periodo di grave siccità. Scott Madry, invece, archeologo alla North Carolina University, dopo 25 anni passati sul terreno, sta ora utilizzando Google Earth, il programma che permette di osservare la Terra da satellite attraverso Internet, per cercare nuovi insediamenti. Nellarco di pochi mesi ha individuato un centinaio di aree nel nord della Francia che risalgono ad abitati celtici. Ma una tale facilità nel scoprire così tante aree archeologiche cosa comporta? Acora Masini: «Non sempre conviene portarle immediatamente alla luce se non si ha la possibilità di valorizzarle. Ma sapere dove sono permette di impedire di costruirci sopra: lasciare il terreno a copertura può essere il miglior modo per conservarli nel tempo».