Si sa: toccare il sottosuolo di Roma è come incidere in un corpo bellissimo ma estremamente delicato e fragile. Ad ogni sondaggio escono fuori i resti di ville, templi, basiliche, mercati, officine di epoca romana o altomedievale di cui il terreno è ovunque infarcito. Ma, come potrebbe succedere ad un chirurgo inesperto che incide per errore un'arteria femorale, così può capitare che, nella frenetica ricerca di luoghi sotterranei dove ospitare le invadenti automobili, le moderne talpe umane si imbattano in residui preziosi. Come è accaduto nel piazzale del Pincio dove i saggi per una grande autorimessa ipogea hanno portato alla luce le murature di una villa romana. Passeggiando per le vie romantiche dei quartieri Parioli e Pinciano, si possono vedere ancora, sui muri di recinzione delle ville più antiche, dei misteriosi sportelli. Altro non sono che i segnali del passaggio dell'unico acquedotto tardoantico ancora funzionante, una vera meraviglia idraulica e ingegneristica, risalente al tempo in cui a Roma regnava l'imperatore Augusto. All'Acquedotto Vergine, vittima di una sconsiderata intrusione sotterranea, è legata una mia personale esperienza. Nei primi anni '60, si stava costruendo, su progetto mio e di mia moglie, allora architetti, un villino in via Carlo Linneo, nel Quartiere Parioli. Le fondazioni, come si usava allora, erano costituite da pozzi scavati a mano, riempiti con frammenti di tufo e malta di calce e pozzolana. Mentre si scavava uno di questi pozzi, la Soprintendenza archeologica del tempo ci avvertì che in quel preciso punto passava l'Acquedotto Vergine e che non potevamo proseguire nelle fondazioni. Dovemmo perciò rinunciare al pozzo che avrebbe sfiorato l'antica condotta e creare, con il consenso degli archeologi, un lungo e ardito sbalzo in cemento armato il quale, sia pure a caro prezzo, evitò alla mitica struttura ogni possibile oltraggio. Oggi le cose sono cambiate. Con l'ansia di occupare tutto il possibile, sia sopra che sotto terra, si perforano le viscere della città, spesso non sapendo che lì, oltre ai resti archeologici, scorrono ancora vene di acqua purissima come chiunque può constatare scendendo nei sotterranei degli esercizi commerciali che han preso il posto dell'antico Cinema Trevi. Occorre quindi affrontare con decisione il problema delle acque che scorrono nel sottosuolo di Roma, le quali costituiscono, oltretutto, una risorsa preziosa in previsione di future, sempre più possibili, carenze idriche.