Come spesso accade con coloro che lasciano il segno in una disciplina, il pensiero di Rudolf Arnheim (nato a Berlino nel 1904 e morto nei giorni scorsi negli Stati Uniti) ha ruotato intorno a un'idea centrale che sconfina nell'ossessione. L'intuizione di base è questa. Se si disegna un cerchio nero al centro di una pagina bianca, l'occhio è pago. Se si disegna il cerchio un po' in alto a destra rispetto al centro, l'occhio diventa inquieto. È come se il centro avesse un potere di attrazione che rende instabile la posizione del cerchio nero, il quale tende a ritornare (ma non può) all'equilibrio centrale. Anche i quattro angoli del foglio hanno un potere di attrazione, un po' minore rispetto al centro, cosa che sarebbe provata dal fatto che il cerchio posto a due terzi della strada tra il centro e la diagonale si arresta in una posizione di equilibrio. L'intuizione si articola in un'idea che ha due parti principali. La prima è che il foglio che pur ci appare bianco e indifferenziato in realtà nasconde un'invisibile ma implacabile struttura fatta di linee di forza; tale struttura viene rivelata non appena si dispongono degli oggetti delle figurenella pagina, che diviene un campo, esattamente come il campo elettromagnetico. La seconda parte è che l'interazione tra oggetti e campo di forze può venir usata a fini espressivi. Il peso eccentrico del cerchio nero può venir bilanciato da un leggero intreccio di linee; una riga interrotta può indurre un quadrato a ruotare leggermente su se stesso; un triangolo in bilico sulla sua punta minaccia un piccolo rettangolo; molti quadrati neri disordinati tengono testa a un cerchio rosso. Guardare un quadro dopo Arnheim significa fare propria la sua ossessione. Pesi e bilanciamenti si aprono ai nostri occhi come un importante, se non il principale movente della composizione pittorica; andando ben al di là delle costruzioni geometriche di un Klee o di un Kandinsky, che sembrano fatte apposta per incarnare il paradigma della riflessione di Arnheim (e alle quali si è certo ispirato) anche gli oggetti in un'immagine figurativa danzano attorno al centro scambiando messaggi con altri oggetti: il vaso giallo fa da contraltare alla tovaglia rossa e le impedisce di zittire la sedia; ogni parte del quadro partecipa alla costruzione in questa concezione olistica, e basta forse introdurre una macchia blu in un angoli-no che sembrava del tutto innocuo per scompaginare l'armonioso comporsi di tovaglia, vaso e sedia. In questa concezione è inoltre possibile ipotizzare che gli stili pittorici altro non siano che conseguenze generali di preferenze per alcuni principi molto fondamentali di natura ge-staltica (tendenza alla massimizzazione, alla buona forma, alla continuità, alla compattezza); il classicismo per esempio asseconderà queste tendenze, l'espressionismo cercherà di agire contro di esse; introducendo squilibri, facendo violenza all'armonia delle forme. Non sono mancate le critiche anche severe, di natura essenzialmente metodologica. Non è in primo luogo chiaro se i pittori abbiano veramente agito tenendo presente questi principi. Difficile trovare una controprova puramente osservativa: qualsiasi quadro può venir letto come l'espressione di un gioco di forze e di pesi, ma non segue da questo che il pittore li abbia veramente utilizzati; è stato poi egli semplice schiavo di un determinismo espressivo, o ha artatamente manipolato il campo di forze del quadro? Difficile dare una controprova empirica, tranne nei rari casi in cui sono evidenti le linee di costruzione al di sotto dell'immagine. Arnheim ha scelto di suffragare le sue ipotesi con riproduzioni fatte a mano di quadri celebri e meno celebri, sulle quali ha poi tracciato linee di costruzione ipotetiche (che collegano l'occhio della Vergine con la mano del Figlio e l'angolo del quadro, per esempio), e anche qui le critiche non sono mancate su basi puramente statistiche: una linea spessa un millimetro su una riproduzione in scala 1:10 corrisponde a una linea spessa un centimetro sul quadro, e con linee di tale spessore il margine d'errore è tale che è difficile non trovare allineamenti interessanti, al punto che diventerebbero sorprendenti dei quadri che non presentano alcun allineamento. La fortuna di Arnheim consegnata a capolavori come Arte e percezione visiva o Il potere del centro si misura oggi soprattutto sulla sua ricezione in ambiti esterni a quello scientifico; nelle scuole d'arte, nella pratica del design; ma certo la sua importanza, al pari di quella di Gom-brich, è stata nel sostenere che i fenomeni artistici fossero degni di una considerazione scientifica, e il suo contributo si mostra ancora attuale nella ricerca di domande intelligenti e articolate sull'arte che esulino dalla pura e semplice enunciazione di un'opinione e siano passibili di una conferma empirica.
La fortuna di Arnheim : punti di forza dell'arte
Rudolf Arnheim, un artista e critico tedesco, ha sviluppato un'idea centrale che riguarda l'interazione tra oggetti e campo di forze in una composizione pittorica. Secondo Arnheim, il campo di forze è un'entità invisibile che nasconde la struttura della pagina bianca e che può essere rivelata quando si dispongono oggetti nella pagina. L'interazione tra oggetti e campo di forze può essere usata a fini espressivi, come bilanciare pesi e equilibri. Arnheim ha proposto che gli stili pittorici siano conseguenze di preferenze per alcuni principi fondamentali di natura gestaltica, come la massimizzazione, la buona forma e la continuità.
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