Un celebre affresco di Melozzo da Forlì in Vaticano raffigura la designazione di Bartolomeo Platina a «governatore e custode» della biblioteca del Sacro Palazzo da parte di Sisto IV della Rovere, circondato dai suoi nipoti, tra cui l'allora cardinale Giuliano destinato a diventare Giulio II. L'evento celebrava l'inaugurazione della Biblioteca Vaticana, avvenuta nel 1475, in cui da allora in poi è stato custodito e offerto alle ricerche degli studiosi uno dei più straordinari patrimoni culturali del mondo, via via arricchito dalle grandi raccolte di libri e manoscritti delle famiglie papali, cardinalizie e talora regali come nel caso di Cristina di Svezia che a essa le destinarono. Incunaboli, poderose raccolte di libri, soprattutto del Cinque-Seicento (talora molto rari e pressoché introvabili altrove), intere biblioteche come quelle dei Barberini, dei Chigi, del dotto cardinale Angelo Mai, o quella ricchissima dell'elettore Palatino di Heidelberg, catturata dagli eserciti cattolici durante la guerra dei Trent'anni e trasferita a Roma, via via incrementate a partire dal Settecento con opere erudite, studi, opuscoli, collezioni, edizioni di fonti, serie complete di numerosissime riviste, e soprattutto un patrimonio di manoscritti che non ha uguali. Antichissime trascrizioni del testo biblico, codici miniati, pergamene che risalgono alla tarda età classica, lettere, interi epistolari, opere inedite, antifonari, che vengono elencati a migliaia e migliaia negli inventari dei vari fondi che li custodiscono (Vaticano, l'unico ancora aperto a nuove acquisizioni), Barberiniano, Chigiano, Ottoboniano e così via, a loro volta suddivisi per i caratteri in cui sono scritti: latini, greci, siriaci, persiani, copti, arabi, cinesi eccetera. Basti dire, per fare un solo esempio, che i codici Vaticani latini finora catalogati sono poco meno di 15mila. Chi ha la pazienza di scorrerne i cataloghi, talora gli stessi usati quattro secoli fa, vede passare davanti ai propri occhi tutta quanta la millenaria storia della Chiesa, con la sua capacità di ereditare e far propria tanta parte della cultura classica, con il suo aprirsi a tutte le civiltà del mondo, con il suo stesso identificarsi nella poderosa tradizione culturale che proprio in quella biblioteca venne costruita e tramandata nel corso dei secoli, anche grazie all'oscura opera degli scriptores incaricati di trascrivere gli antichi manoscritti che si andavano deteriorando, di farne delle copie, di renderli fruibili per il futuro. Ancora oggi chi entra in quelle quiete sale di lettura, anche se ne conosce a memoria l'efficienza e i riti immobili nel tempo (la tessera, la chiave, l'armadietto, la firma degli ingressi), non può non percepire il senso della grande storia che si respira tra quelle pareti, in cui generazioni di studiosi di tutto il mondo hanno compiuto e compiono le loro ricerche di filologia, paleografia, musicologia, storia culturale, religiosa, politica, artistica eccetera. E non può non sentirsene accompagnato mentre lavora fra gli scaffali con le migliaia di volumi in libera consultazione, fra i finestroni affacciati sui cortili vaticani, fra gli inesauribili cataloghi e inventari, fra i ritratti con i volti severi dei cardinali bibliotecari di santa romana Chiesa, tra cui alcuni grandi intellettuali, da Domenico Passionei a Eugène Tisserand, da Cesare Baronio a Giovanni Mercati, cui sembrano far da bonario contrappunto l'inconfondibile parlata romanesca di alcuni impiegati e l'italico rito del cappuccino a metà mattina, spesso occasione di proficui incontri e scambi di informazioni. Mentre tanto si parla spesso a sproposito e in un'impropria dimensione totalizzante delle radici cristiane dell'Europa, occorre guardare alla Biblioteca Apostolica Vaticana come allo scrigno che di quelle radici conserva la documentazione e la memoria, che in parte essa stessa ha contribuito a creare, insieme con l'attiguo e altrettanto sterminato Archivio Vaticano. È quindi con vivo stupore e preoccupazione, e talora anche con sgomento e con rabbia, che si è appreso che a partire dalla prossima estate la Vaticana resterà chiusa per tre anni, a causa di restauri ormai indifferibili. Della qual cosa naturalmente non c'è ragione alcuna di dubitare, e occorre anzi rallegrarsi della cura (senza dubbio molto dispendiosa) con cui la Chiesa si impegna a tutelare quel delicato e prezioso patrimonio cartaceo. Ma ciò significa che per un lungo periodo fonti di inestimabile valore resteranno inaccessibili, e quindi che molti studi sono destinati a interrompersi o a rimanere incompleti, privi di indispensabili riscontri e supporti documentari. Il che, ovviamente, vale soprattutto per i manoscritti, perché un libro per quanto raro può anche essere reperito altrove, mentre un manoscritto è per definizione unico. Certo, occorre garantire a essi condizioni ottimali di umidità e temperatura, ma non bisogna dimenticare che per secoli e secoli manoscritti e pergamene si sono egregiamente conservati nei soffittoni del palazzo papale, e che la ragion pura archivistica deve essere sempre messa al servizio degli studi e non ostacolarla. Di qui l'appello che sta attualmente circolando in tutto il mondo, sottoscritto da moltissimi e autorevoli studiosi, perché la chiusura della Biblioteca non sia totale, perché almeno i manoscritti continuino a essere accessibili, perché non si blocchino per anni ricerche che senza quei documenti non possono essere avviate, proseguite, portate a termine. Molto probabilmente tutto ciò renderebbe più difficili e complicati i restauri che si stanno avviando, ma occorre augurarsi che le autorità preposte al governo della Biblioteca, a cominciare dal prefetto e dal cardinal bibliotecario, non restino insensibili alle ragioni della cultura e del sapere, come certo non lo è papa Benedetto XVI, cui spetta il merito quando aveva la guida della Congregazione per la dottrina della fede di aver aperto alla ricerca gli archivi del Sant'Ufficio romano. È dunque a lui in primo luogo che questo appello si rivolge, nella speranza di un provvido ripensamento.