«Pare una scena di guerra», dice l'egittologo Francesco Tiradritti mentre mi accompagna al villaggio di Gurna. Quel che resta di Gurna. Sono poche le case di fango ancora in piedi. Poche le facciate multicolore che fino a ieri tinteggiavano la montagna tebana. Isolate, oramai, tra montagne di macerie. «Qui c'era la mia casa», «Qui la mia». C'è angoscia e rabbia tra i ragazzi di Gurna, costretti da un giorno all'altro a trasferirsi nelle nuove case che l'esercito egiziano ha costruito per loro a New Gurna, qualche chilometro più a nord. Sono giovani e solo per poco hanno combattuto contro il Governo una guerra di nervi che dura da decenni ma in pratica da quasi due secoli. Da quando esiste Gurna. Da quando i loro trisnonni contadini si sono trasferiti sulla collina inseguendo il nuovo business delle antichità. Scavatori per conto degli europei, guide per i primi turisti. Innanzitutto, tombaroli. Furono loro a scoprire negli anni 70 dell'Ottocento il famoso nascondiglio delle mummie dei faraoni, ora in bella mostra al museo del Cairo. Che si voglia o no, i Gurnawi sono un capitolo importante della storia dell'egittologia. Anche se per due secoli hanno abitato, loro e i loro animali, le «tombe dei nobili» di Tebe. Anche se le case di fango costruite col tempo sopra le tombe, di fatto le demoliscono. «Oramai sono distrutte», osserva Tiradritti. È difficile credere che l'attuale rimozione delle case di Gurna salverà le tombe dell'Egitto antico. È poco quel che si può ancora recuperare. L'egitto-loga americana Elena Pischikova ha appena cominciato a scavare alcune tombe proprio sotto le case della potente famiglia Abdel Rassoul, in parte ancora abitate. Sotto coltri di fango e di pece stanno comparendo rilievi raffinatissimi e pitture sorprendenti. Ma pare più un'eccezione che la regola. Nella maggior parte dei casi, in nome di un'antichità oramai fatiscente, si stanno di fatto cancellando due secoli di storia. Sparisce un'architettura popolare di grande interesse, spariscono le facciate delle case affrescate dai Gurnawi diventati col tempo artigiani e artisti. Sparisce un intero "paesaggio culturale", come si suol dire. E in parte spariscono anche le tombe antiche, preda dei bulldozer che rivoltano senza pietà ogni cosa. Perché in realtà quella che si sta compiendo è un'operazione di pulizia sociale: rimuovere dalla splendida Tebe, dagli occhi dei turisti, la visione della povertà d'Egitto. Isolare le bellezze antiche dalla vita moderna. Recintarle per esaltarle, come spiegano i funzionari del Dipartimento delle antichità. E così facendo si sta trasformando la montagna tebana in un deserto. Asettico e vuoto. Ma anche la riva est di Luxor sta cambiando. La rimozione di Gurna è solo il più imponente dei 42 cantieri attualmente aperti in città. Lavori faraonici per un budget altrettanto faraonico di un miliardo di lire egiziane. Tutto saldamente nelle mani di un governatore forte e decisionista come Samir Farag. «Da troppo tempo la città era trascurata. Bisognava rinnovarla», mi spiega con fare deciso. «Ho redatto un master-plan di sviluppo per i prossimi 25 anni, e ho cominciato subito i lavori». «Il nuovo aeroporto, la stazione, l'area attorno al tempio di Luxor, i bazar, la nuova biblioteca, il nuovo attracco per le navi da crociera lontano dal centro. Finalmente Luxor diventerà una vera città». È vero, il centro è realmente mutato in meglio, e serviva una soluzione per le troppe navi crociera che soffocano il Nilo. Ma che dire dell'immensa spianata di fronte al tempio di Karnak? Per ridare al tempio il suo accesso al Nilo spariranno, tra l'altro, le belle case della Missione archeologica francese. E che dire del progetto di riportare alla luce il viale di sfingi tra i templi di Luxor e Karnak? Una nuova via dei Fori imperiali, né più né meno. Anche nell'intenzione di creare il vuoto attorno alle glorie del passato. Per quasi tre chilometri saranno distrutte moschee, negozi e le case di 800 famiglie. A Gurna, le famiglie che hanno avuto o avranno una nuova casa sono addirittura 3.200. New Gurna è un dormitorio immenso e isolato. Difficilmente raggiungibile anche se la strada d'accesso è a quattro corsie. Le casette sono carine, ma del tutto inadatte a chi vive da sempre in famiglie allargate e da sempre possiede animali. Da Gurna bastava fare pochi metri con l'asino per raggiungere i campi. Ora è pressoché impossibile. E comunque non c'è spazio per l'asino. E poi, sono casette tutte uguali, anonime, a centinaia. Si prova un senso di vuoto. La gente vive chiusa in casa perché qui non c'è nulla da fare per via. E su tutto e tutti incombe l'enorme palazzo in costruzione della polizia. Non lo dico ai ragazzi Gurriawi che gentilmente m'invitano nelle loro nuove case, ma pare un lager. Una forma edulcorata di apartheid. Si abitueranno, forse, un giorno. E troveranno un nuovo lavoro, forse. Per ora sono disperati e non vedono futuro di fronte a sé. Il Governo ha dato le case ma ha tolto il lavoro. Chi si offriva ai turisti come guida (clandestina) non lo potrà più fare. Poco male. Ma pare che anche i negozi di souvenir saranno presto abbattuti. Anche i labo-ratori degli artigiani e le fabbriche dì alabastro che davano lavoro a decine di persone, cioè sfangavano decine di famiglie. New Gurna si prepara a diventare un problema sociale assai maggiore della vecchia Gurna. Vedo una famiglia che sta entrando nella nuova casa. Trasloco in corso. Torno a Gurna e un'altra famiglia ha già i mobili fuori in attesa del furgone per il trasloco. Parenti e conoscenti si sono riuniti per aiutare. Si lavora, si chiacchiera, si sorseggia il tè. Pare quasi una festa, anche se l'atmosfera è mesta. Più oltre c'è una casa ancora in piedi, ma è solo questione di giorni. Si contratta, tra Gurnawi e Governo. Vado via se mi dai una casa per ogni figlio. O un campo. Contrattazione infinita. In questo i Gurnawi sono maestri. È così dal dicembre scorso, equilibrismi di diplomazia. Senza fretta, come tutto in Egitto. Ma con determinazione. Questa volta Samir Farag fa sul serio. Non come nel 1948 quando nessun Gurnawi ha traslocato nel nuovo villaggio costruito per loro dall'architetto Hassan Fathi. Non come dieci anni fa quando i disordini fecero persino quattro morti tra i Gurnawi, ma senza risultati di sorta. Ora a Gurna saranno rimaste al massimo una cinquantina di famiglie. Irriducibili, cercano di ottenere dal Governo il massimo. Ma una volta raggiunto l'accordo bisogna partire. E subito giunge il bulldozer. Non sono concessi ritorni, ripensamenti. Case centenarie sono d'un tratto detriti, macerie (ma quando si rimuoveranno le macerie?). «Era la città dei morti», mi dice un ragazzo. «Tornerà a esserlo».