Quando nel 1629 Alessandro Baratta incise la sua monumentale pianta di Napoli a volo d'uccello, il palazzo Zevallos Stigliano di via Toledo ancora non esisteva. Venne edificato dieci anni dopo, nel 1639, per volere di un oscuro funzionario della città divenuto tutto d'uno colpo ricco come Creso. Di questo "furbetto del quartierino spagnolo" le cronache del tempo così raccontano: «Da povero e miserabile uffiziale della scrivania di Razione con i partiti di Corte si aveva accumulato un fondo di 600 ducati». Giovanni Zevallos «guadagnò infinite ricchezze, con le quali potè fabbricare quel sontuoso e gran palazzo in Strada Toledo, che rende ammirazione a chi lo vede». L'ex uffiziale non badò a spese: stanziò oltre 70mila scudi per la fabbrica del palazzo e chiamò il miglior architetto allora presente in città, il bergamasco Cosimo Fanzago. Ma fu una gloria breve. Durante la rivolta di Masaniello, nel 1647, il palazzo venne preso di mira dalla plebe inferocita e subì numerósi danni. Nel 1648, Giovanni Zevallos, divenuto Duca di Ostuni, passò a miglior vita. Il figlio Francesco ereditò i beni paterni dissipandoli alla velocità della luce. Nel 1653 fu costretto a vendere l'edifìcio a un facoltoso mercante fiammingo di nome Giovanni de Vandeneynden, che aveva tre figli e una gran voglia di elevarli al rango di nobili. Il "Vandin" (così lo chiamavano a Napoli) riuscì perfettamente negli intenti: il figlio Ferdinando divenne il marito di una Piccolomini, la figlia Elisabetta sposò don Carlo Carafa, marchese di Anzi, e la figlia Giovanna venne impalmata da don Giuliano Colonna, principe di Sonnino. Con Giuliano Colonna, il «Palagio del principe di Sonnino» si elevò davvero a dimora principesca, con appartamenti sontuosi e una quadreria ricchissima conservata al piano nobile, il cui inventario venne redatto e firmato nel 1688 addirittura da Luca Giordano. Il grande pittore napoletano annotò la presenza di opere di Giuseppe Ribera, di Andrea Vaccaro e di tele uscite dal suo guizzante pennello. I Colonna (che nel 1716 erano diventati Colonna di Stigliano) mantennero intatto questo cospicuo patrimonio d'arte fino alla fine del Settecento, quando un nuovo saccheggio del palazzo, questa volta a opera dei Sanfedisti entrati a Napoli nel 1799, provocò gravissimi danni all'edificio. Nel 1831 la principessa Cecilia Ruffo vedova di don Andrea Colonna di Stigliano prese una drastica decisione: estromessi i figli dall'eredità del palazzo, fece dividere quest'ultimo in vari appartamenti, mettendoli in vendita. La primitiva unità architettonica dell'edificio risultò così irrimediabilmente perduta. Gli appartamenti andarono a ruba. Uno lo comperò il banchiere Carlo Forquet, un altro il cavaliere Ottavio Piccolellis. I Forquet, piano piano, acquistarono altre porzioni del palazzo, facendole decorare con affreschi e stucchi da maestri locali dell'Ottocento quali Giuseppe Cammarano, Gennaro Maldarelli e Gennaro Avata. Nel frattempo venne completamente rifatta la facciata che, a eccezione del portale principale perfettamente conservato, perse i connotati barocchi impressi da Cosimo Fanzago e divenne una severa ed elegante fabbrica neoclassica. Il 13 dicembre del 1898 fu una data storica per l'edificio. La Banca Commerciale Italiana nata quattro anni prima a Milanoacquisì il piano nobile e gli altri locali di proprietà dei Forqùet. Tra il 1910 e il 1920 vennero acquistati i rimanenti lotti e tutte le botteghe al pian terreno. La banca affidò la ristrutturazione generale all'architetto Luigi Platania che adeguò l'immobile alle sue nuove funzioni. Il cortile disegnato dal Fanzago venne trasformato nel salone destinato a ricevere il pubblico, con le pareti rivestite di marmi preziosi, l'ammezzato arricchito da balconate in metallo di raffinato stile Liberty e il grande spazio in alto coperto da un lucernario vetrato decorato secondo il gusto floreale. Due grandi vetrate policrome vennero aggiunte a dividere il vestibolo dal salone vero e proprio, e sulle pareti del vestibolo il pittore Ezechiele Guardascione (un vedutista un po' attardato) dipinse a olio le vedute dal Palazzo Zevallos Stigliano come si presentava prima dei rifacimenti inserito in rovine di fantasia. A questa ristrutturazione risale anche il nuovo scalone d'onore (un mixer di stili tra Neoclassico e Liberty) illuminato da grandi lampade d'ottone poste agli angoli della balaustra. Gli interventi più recenti di restauro sono legati alla decisione presa da Intesa San Paolo di adibire a funzioni museali una serie di sale al piano nobile del palazzo. Trasformare gli uffici di una banca in una galleria d'arte non è cosa semplice. Ci si è dovuti impegnare sul fronte dell'allestimento mu-seografico, su quello dell'adeguamento tecnologico secondo opportuni standard di conservazione e sicurezza e si è dovuto mettere mano al restauro dei cicli decorativi ottocenteschi. Questi ultimi hanno rivelato notevoli sorprese: liberati da scialbe e mortificanti ridipinture a tempera, queste decorazioni sono riemerse in tutta la loro esplosiva cromia originaria: il rosso pompeiano, il verde, l'azzurro intenso. Riemerse anche le dorature in foglia d'oro e le venature in finto marmo dei pilastri. L'ambiente dove giunge lo scalone d'onore è dominato dalla grande volta dipinta a tempera su carta con l'Apoteosi di Saffo, opera di Giuseppe Cammarano, che firma e data l'intervento nel 1832. Le pareti, con figure femminili che illustrano le Muse e sono ispirate alle statue di Canova, sono state dipinte a tempera da Gennaro Maldarelli, stretto collaboratore del Cammarano. Di rilievo è anche la Sala degli Stucchi, già camera da letto padronale, interamente decorata con un'ornamentazione a stucco di Gennaro Aveta su fondo azzurro, colore ripristinato dopo l'intervento di restauro. Le figure in stucco bianco con la raffigurazione simbolica del Sonno e della Notte sono chiaramente allusive alla destinazione originaria dell'ambiente. Per un museo, in verità, non sono molto adatte: al museo non si deve dormire.