L'occasione che ci vede riuniti in questa sede corona un progetto culturale che, promosso da Banca Intesa, è ora portato a compimento da Intesa Sanpaolo che intende trasformare la fortunata eredità di un capolavoro dell'arte italiana in una iniziativa permanente di promozione culturale. L'intento è quello di offrire a un vasto pubblico la conoscenza del Martirio di sant'Orsola di Caravaggio, una delle punte più alte di tutti i tesori d'arte riuniti oggi sotto l'egida del nostro nuovo istituto. Gli studi più recenti dedicati a quest'opera, in cui si riconoscono con evidenza i tratti peculiari dell'estrema fase del pittore, hanno osservato come esso anticipi la drammaticità del barocco e quella che sarà poi la lezione di Rembrandt, rivelando così l'impressionante modernità dell'artista lombardo rispetto all'epoca in cui si consumò la sua convulsa vicenda esistenziale. Il quadro fu acquistato nel 1972 dalla Banca commerciale italiana proprio per questa prestigiosa sede di Palazzo Zevallos Stigliano. Catalogato allora come "dipinto caravaggesco" attribuito a Mattia Preti, fu sottoposto a un primo restauro conservativo che, pur senza particolari approfondimenti, lasciava comunque intravedere una qualità e una grandezza fuori del comune. Fu negli anni successivi che Mina Gregori ufficializzò l'attribuzione definitiva dell'opera a Caravaggio, confermata contemporaneamente da altri autorevoli studiosi come Ferdinando Bologna, cui seguirono poi le verifiche documentarie di Vincenzo Pacelli. Ma solo oggi, grazie a un secondo restauro realizzato tra il 2003 e il 2004, è possibile coglierne tutta la forza drammatica. La decisione di procedere a questo nuovo e risolutivo intervento di restauro, caldamente raccomandato dal soprintendente del Polo museale di Napoli Nicola Spinosa, è stata suggerita anche da una singolare coincidenza: la mostra sugli ultimi anni di Caravaggio, realizzata poi a Capodimonte nell'ottobre del 2004. L'intervento, come imponeva l'importanza del dipinto, è stato eseguito nella sede dell'Istituto centrale per il restauro da Carlo Giantomassi e Donatella Zari. L'esito è risultato superiore alle pur molte attese. Da quel momento, l'opera del maestro lombardo può essere ammirata nella sua dimensione e concezione originaria, essendo tra l'altro riapparso un particolare decisivo, che era stato cancellato in un intervento del passato e che concorre ad attribuire alla composizione una vibrazione emotiva aggiuntiva. Il restauro ci ha riconsegnato insomma il segno estremo, umano e artistico, del suo grande e tormentato autore. Per consentire una diffusa conoscenza dei risultati del restauro e riconsegnare l'opera all'ammirazione generale, è stato realizzato nel 2004 un programma espositivo itinerante, che ha portato il Martirio di sant'Orsola in alcune città italiane ed estere, per partecipare a importanti mostre, come quelle di Capodimonte, di Londra, di Barcellona, di Amsterdam. Ma la fase più significativa del progetto si compie oggi, con l'apertura di quella che abbiamo chiamato «Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano» per distinguere l'apposita area di carattere museale dal restante spazio, che rimane destinato alle funzioni prettamente bancarie. Durante gli impegnativi lavori di restauro del piano nobile curati da Vincenzo Centanni che ha saputo restituire a nuovo fascino gli apparati decorati vi ottocenteschi l'opera era stata ospitata al Museo di Capodimonte. Ma solo ora, dopo quasi quattrocento anni di vita avventurosa e tormentata, il Martirio di sant'Orsola approda a una dimora definitiva, nel cuore della città nella quale venne dipinto dall'artista nel 1610, poche settimane prima della sua drammatica e solitària morte. La tela viene oggi proposta al pubblico accompagnata da un ricco apparato illustrativo e da sussidi multimediali che permettono di seguire la storia avventurosa delle sue trasmissioni proprietarie, dei restauri che si sono succeduti, delle diverse fasi della lettura e comprensione critica. A contrappunto delle ombre dense, delle luci taglienti, del senso inquietante di tragedia che aleggia nell'opera di Caravaggio, la sezione espositiva è impreziosita dalla presenza, in una sala affacciata su via Toledo, di un corpus di vedute sette e ottocentesche della città di Napoli e del territorio campano di Gaspar van Wittel e di Anton Sminck van Pittloo, fra i più sensibili interpreti del moderno paesaggismo, che con le loro luci dolci e avvolgenti offrono una sorta di "controcanto" all'immagine di Napoli, protagonista implicita di questo percorso museale. L'iniziativa offre un nuovo contributo che ne richiama altri, già sperimentati in seno al nostro Gruppo al problema, non certo secondario, della gestione privata dei beni artistici e culturali. Possiamo ricordare, sempre qui a Napoli, il precedente rappresentato dall'esposizione in forma permanente a Villa Pignatelli di un nucleo di opere tratte dalla raccolta del Banco di Napoli. Ed è ben noto che a Vicenza il Palazzo Leoni Montanari è diventato da molti anniuna prestigiosa sede museale, in quanto conserva e offre in visione al pubblico due importanti collezioni già Banca Intesa: la raccolta di antiche icone russe e quella di dipinti del Settecento veneziano. Diverse sono state finora le strade che gli istituti confluiti nella nostra banca hanno seguito per la valorizzazione dei tesori artistici acquisiti nel corso dei secoli. Oggi la fusione tra Banca Intesa e San Paolo Imi impone l'assunzione di maggiore responsabilità, perché all'aggregazione di grandi aziende si accompagna quella di patrimoni culturali di notevolissimo pregio. Il progetto che stiamo avviando mira a organizzare in modo sistematico la loro valorizzazione, ma altresì la loro distribuzione sul territorio nazionale, per realizzare un collegamento, ove possibile, con la storia e la civiltà artistica dei luoghi di provenienza. Auspico quindi che questa piccola galleria, qualora il processo di razionalizzazione in atto nel Palazzo renda disponibili ulteriori spazi, possa arricchirsi in futuro degli straordinari fondi provenienti dal Banco di Napoli. Se questi sono, nelle linee essenziali, gli intenti e il significato della nostra iniziativa, consentitemi di porre un interrogativo e di rendervi partecipi della ricerca di una risposta. È un interrogativo che proprio questa circostanza suggerisce di porre: quali ragioni, al di là di un profilo di immagine, possono indurre e possono oggi legittimare un istituto di credito a farsi carico di importanti (e costosi) investimenti nel settore culturale? Con questa domanda subordinata: perché il nostro istituto ha scelto Napoli per istituirvi la sua seconda sede museale? Com'è noto, la destinazione di importanti risorse a favore di iniziative, in senso lato, benefiche rappresenta una tradizione che è peculiare delle banche italiane e che non trova molti riscontri in altri Paesi. Si tratta di una tradizione che, in passato, per alcune categorie di banche (le casse di risparmio, gli istituti di diritto pubblico) derivava per legge dalla loro stessa natura istituzionale, mentre per molte banche private si è fondata su disposizioni statutarie, che prevedevano la distribuzione di parte degli utili a favore di opere beneficile. In misura minore, peraltro, è stata consuetudine di quasi tutte le banche italiane, grandi e piccole, di prestare una qualche attenzione ossia di effettuare investimenti nel settore artistico, vuoi con acquisti di opere, vuoi con quelle pubblicazioni annuali (i cosiddetti libri strenna) che, pur di quali- tà culturale non sempre elevata, sono serviti nel loro insieme a comporre una non disprezzabile ricognizione e documentazione dell'inesauribile patrimonio artistico, spesso minore e sconosciuto, esistente nel nostro Paese. Ma oggi si può dubitare che questa tradizione abbia fatto il suo tempo, travolta dall'ondata dei grandi cambiamenti che hanno investito il settore bancario a seguito di alcune svolte storiche operate dal legislatore (come l'abolizione delle categorie e le privatizzazioni), ma non di meno per effetto dell'imporsi di una logica, che sembra irresistibile, che si impernia sull'imperativo categorico e pressoché esclusivo della ricerca del profitto e dell'incremento di valore per gli azionisti. È assolutamente chiaro che la piena equiparazione delle banche a imprese con le implicazioni che ne derivano in tema di assunzione di rischi e di allargamento degli spazi di libertà e di concorrenza rappresenta un'acquisizione non solo positiva e necessaria, ma giunta persino tardivamente nel nostro Paese. Tuttavia oggi appare dominante un orientamento di pensiero che del nostro passato bancario sembra travolgere non solo gli aspetti deteriori, ma anche alcune caratteristiche che invece riflettono valori da conservare: un orientamento che tende a negare ogni residua peculiarità distintiva delle imprese bancarie rispetto a ogni altra azienda. Derivano da qui alcune diffuse opinioni, che non tengono conto della natura complessa e dei molteplici interessi connessi all'attività creditizia, che si sono manifestate anche in recenti dibattiti e che portano a sostenere, tra l'altro, l'improprietà anche soltanto di una presenza di minoranza delle Fondazioni nel capitale delle banche; ovvero a esaltare il principio della cosiddetta "con-tendibilità" delle banche, con correlata penalizzazione del dato della stabilità della proprietà o ancora a considerare in modo solo strumentale nei processi di aggregazione elementi quali i legami con il territorio, il valore delle tradizioni e, più in generale, il perseguimento di traguardi di ordine civile, compenetrati a quelli degli utili economici. Il nodo cruciale è, ancora una volta, da identificare in questo dilemma: se un'azienda possa e voglia credere che una visione aperta, vorrei dire generosa, del rapporto che essa intrattiene con la comunità in cui opera (comunità che è anche, ma non soltanto, formata dalla sua clientela) abbia a risultare nel tempo più feconda, ossia capace di produrre vantaggi durevoli, rispetto a una gestione improntata invece a criteri di mera professionalità tecnica, di univoca ricerca dell'incremento di valore per gli azionisti. Questo dilemma si pone per tutte le aziende, ma certamente in modo particolare per quelle bancarie. Io sono convinto che oggi, non meno che nel passato, sia necessario un modo di gestione nutrito anche di sensibilità civile e culturale, di attenzione alle esigenze del territorio in cui la banca opera. Ossia una professionalità più matura e completa, in cui le esigenze tecniche, di ordine economico, si sposino con la capacità di "investire" in adeguate risposte alle esigenze nuove degli uomini singoli e delle loro comunità Ecco, è con questo spirito e per questa convinzione che oggi noi vogliamo qui confermare, e anche rafforzare, il nostro impegno in una realizzazione culturale come questa. E in questa città Perché, a questo punto, mi è facile indicare la risposta anche al secondo interrogativo che ponevo prima: perché Intesa Sanpaolo ha voluto collocare quella che ho chiamato la sua seconda "sede museale" qui a Napoli? La risposta va ricercata nel significato cruciale che noi attribuiamo e vogliamo evidenziare al legame delle nostre banche, come condizione del loro successo anche futuro, con la loro storia e il loro territorio. Intesa Sanpaolo ha scelto di istituire la Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano nel luogo dell'antica sede della Banca commerciale italiana, contigua a quella del Banco di Napoli, per sottolineare l'importanza decisiva che nel nostro modello viene attribuita al radicamento della banca con la comunità e il territorio in cui essa è nata e si è sviluppata. Presidente del Consiglio di sorveglianza, Intesa Sanpaolo