Nel 1610 a Napoli, pochi mesi prima di imbarcarsi alla volta del Lazio, Caravaggio dipinge per il principe Marcantonio Doria il Martirio di Sant'Orsola. Marcantonio Do-ria risiedeva a Genova da dove controllava affari ramificati un po' ovunque, anche nell'Italia del Sud, e alla città di Napoli era particolarmente legato per l'affetto che portava alla figlia Or-sola, monaca nel monastero di Sant'Andrea alle Dame. Fu il nome di Orsola a suggerire al religiosissimo Doria il soggetto del quadro commissionato a Caravaggio, soggetto a dire il vero non raro, che diede lo spunto, per esempio, a Carpaccio per il famoso ciclo di tele oggi a Venezia Quando il Martirio di Sant'Orsola di Caravaggio fece la sua prima apparizione in una mostra allestita a Napoli nel 1963, nel catalogo era intitolato «Allegoria», e veniva presentato al pubblico con un'incerta attribuzione a Mat-tia Preti. A riconoscerlo come opera di Caravaggio fu Mina Gregori, un decennio più tardi, trovando in Raffaello Causa un autorevole sostenitore della sua attribuzione. Il Caravaggio ritrae in modo non tradizionale, bensì affatto personale il tema del martirio di Sant'Orsola, cogliendo l'istante in cui la giovane martire, che si era opposta all'imperativo del re degli Unni di convertirsi al paganesimo, viene "confitta" dalla freccia spiccata da un arciere del re, portandosi le mani al petto, nell'atto di comprimere il sangue e di fermare il flusso della vita che stava fuggendosene via. L'osservatore è chiamato a prendere parte a quel dolore fisico, e alla consapevolezza vissuta da Orsola di essere sul punto di morire. Le fasi dell'episodio, narrato nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, vengono esposte da Caravaggio simultaneamente, e la loro stretta successione assume la forma classica della tragedia, poiché tutto si concentra nell'unità di tempo e di spazio: il re degli Unni che dà l'ordine, l'arciere che scaglia la freccia, Orsola che la riceve. Anche chi assiste al martirio non svolge un ruolo secondario, a cominciare dal personaggio a destra che è alle spalle di Orsola e sembra fondersi con la martire, e in tale simbiosi condividerne il martirio. In questo uomo con lo sguardo levato verso l'alto e come smarrito possiamo riconoscere il Caravaggio, il quale, pochi anni prima, aveva dato il proprio sembiante a uno dei comprimari presenti in un altro suo quadro ad alta tensione drammatico-religiosa: la Cattura di Cristo nell'orto di Dublino. Ma mentre nella bellissima tela di Dublino l'espressione del volto di Caravaggio è tesa alla curiosità, all'anelito di vedere Cristo in volto, sino ad alzare la lanterna in modo che la luce vada a colpirne la fronte, nella Sant'Orsola siamo al cospetto di uno sguardo allucinato. Lo si spiega considerando gli eventi oscuri che avevano costellato la vita del pittore negli ultimi, convulsi spostamenti. Caravaggio aveva fatto ritorno a Napoli nell'ottobre del 1609, proveniente dalla Sicilia da dove non è escluso fosse fuggito. L'anno prima era scappato da Malta. Una volta tornato a Napoli era stato aggredito e sfregiato sulla soglia dell'osteria del Cerriglio, per ragioni avvolte nel mistero. Tanto basta a farci intendere come gli ultimi anni di vita del pittore furono contraddistinti da un continuo alternarsi di successi e di sconfitte che inevitabilmente dovettero incidere sulle sue condizioni psicologiche. Già durante il soggiorno siciliano il messinese Niccolò di Giacomo lo aveva definito un «cervello stravolto». Il Martirio di Sant'Orsola è la prova di come, in quei mesi passati a Napoli, egli fosse precipitato nella più cupa depressione, mantenendo tuttavia acceso un barlume di desiderio di far ritorno a Roma, nella speranza che gli venisse concessa la grazia. L'ultimo tempo di Caravaggio è un tempo tragico. In questo quadro, che il recente restauro ha senza dubbio migliorato pur non potendogli restituire per intero la forza cromatica originaria che è irrecuperabile, possiamo forse trovare un riflesso figurativo del celeberrimo passo della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso che canta la morte di Clorinda. Non sappiamo se il Merisi fosse dotato di conoscenze letterarie, ma la Gerusalemme Liberata, all'epoca sua, era un libro tanto diffuso da legittimare l'ipotesi che una copia fosse capitata anche nelle mani del pittore lombardo. Il testo poetico dice: «Ma ecco ormai l'ora fatale è giunta che '1 viver di Clorinda a suo fin deve. Spinge egli il ferro nel bel sen di punta, Che vi s'immerge, e '1 sangue avido beve; e la veste, che d'or vago trapunta le mammelle stringea tenere e leve, l'empie d'un caldo fiume. Ella già sente morirsi e 'l pie le manca egro e languente». Ciò che unisce Caravaggio a Tasso è il concetto di eros e thanatos, amore e morte, cui rimanda la castità di Orsola che non aveva voluto soggiacere alle profferte del tiranno. La presenza nella scena del pittore si spiega alla luce della solita propensione autopunitiva di Caravaggio e al desiderio di espiare le sue colpe tramite qualcosa di molto simile al martirio. Il Caravaggio tragico abbandona le smaglianti gamme di colore del periodo romano e ricorre a tinte livide e a bagliori improvvisi, a una materia pittorica rótta e a pennellate abbreviate. L'ottimo restauro ha fatto emergere dall'ombra una mano che si apre minacciosa verso lo spettatore, sbucando dall'oscurità e ha evidenziato il copricapo dell'arciere. Come sappiamo questo estremo capolavoro di Caravaggio aveva subito un danno sin da principio. Da una lettera dell'11 maggio 1610, inviata da Lanfranco Massa, procuratore a Napoli del principe Doria, resa nota nel 1980 da Vincenzo Pacelli, apprendiamo infatti che il quadro a quella data era ormai concluso, ma il Massa non aveva potuto spedirlo a Genova al Doria perché la spessa vernice non era ancora asciutta, così l'inesperto Massa aveva esposto il dipinto al sole, provocando un primo, ma non ultimo guaio ai pigmenti. Oggi, paradossalmente, certi squilibri cromatici e luminosi e la materia pittorica a tratti consunta hanno aggiunto un supplemento di drammaticità alla scena, livida e inquietante nei bagliori della corazza del personaggio raffigurato a destra, che nasconde il proprio volto e nel senso di morte che pervade tutto. Ma il fascino maggiore e un po' sinistro del Martirio di Sant'Orsola consiste, come sempre, nel riportare la storia nella dimensione di un tempo vissuto nel presente, qui e ora, e nel farla palpitare davanti ai nostri occhi.