Negli ultimi dieci anni le visite a musei e siti archeologici sono salite da 25 a 33 milioni, con un ritmo di crescita del 3,5 per cento annuo. Una domanda molto forte a cui, però, sembra non corrispondere una gestione razionale delle risorse del patrimonio museale. Lo dimostra una ricerca dell'Istituto di scienze della cognizione del Cnr che rivela disfunzioni di sistema profonde. Sembra, addirittura, che nessuno al ministero dei Beni culturali abbia mai pensato di fare un'analisi sul modo in cui i visitatori si distribuiscono sui 402 musei che esistono in Italia. Analisi da cui risulta che pochissimi musei hanno moltissimi visitatori e che moltissimi musei non ne hanno nessuno. Più nel dettaglio: il Colosseo, gli scavi di Pompei, la galleria degli Uffizi e la galleria dell'Accademia di Firenze sono tutti sopra il milione di visitatori l'anno, mentre la metà di tutti gli altri siti non raggiunge i 300mila visitatori all'anno. I primi nove musei italiani - che corrispondono al 2 per cento del totale - as-sorbono poi il 50 per cento del totale dei visitatori. Una sproporzione evidente alla quale non si oppone, però, una strategia di accoglienza razionale. Un esempio chiarisce meglio la situazione: il museo Mario Praz di Roma riceve 3800 visite all'anno. È aperto tutti i giorni dieci ore al giorno, esattamente come la galleria Borghese che di visitatori, ogni anno, ne ha 440mila. Quanto costa allo Stato - si chiedono allora i ricercatori del Cnr - non fare nessuna differenza tra i 402 musei italiani? «La situazione è tale infatti che se anche si decidesse di coprire il 90 per cento di tutti i visitatori basterebbe mantenere aperti meno di 90 musei. Gli altri 310 potrebbero essere chiusi». Chiusi magari no. Ma perché non investire più risorse - materiali e umane - dove ci sono più visitatori?