DI «SEVIZIE» dei rapitori sul levigato volto non c'è traccia. Appena appena un segno di fune sul corpo e quell'angolo del mantello «spizzato», un pezzo di marmo finito in frantumi di recente, magari durante il trafugamento. Insomma, è tornata in Italia in ottime condizioni la statua di Vibia Sabina, la moglie di Adriano che da ieri e fino al 4 novembre è in mostra nel luogo in cui potrebbe essere stata collocata ab origine, la Villa Adriana a Tivoli. Gongola il ministro per i Beni Culturali, Francesco Rutelli: la candida Vibia è uno dei frutti che sta dando la «politica del dialogo» finalizzata al recupero dei beni artistici razziati nel Bel Paese e finiti nei più prestigiosi musei del mondo, leggi il Metropolitan di New York o il Paul Getty Museum di Malibù-Los Angeles. Un problema annoso, quello dell'Italia depredata da tombaroli o mercanti d'arte. Con gialli appassionanti come se fossero firmati da un Conal Doyle. Per esempio quello, negli anni Ottanta, del «Giardiniere» di Van Gogh, sparito dalla celeberrima mostra alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma - era sovrintendente Augusta Monferini - per un'intricata vicenda con il Guggenheim di Venezia che l'aveva acquistato da un mercante d'arte domiciliato in Svizzera nonostante l'Italia potesse esercitare il diritto di prelazione. Da qualche anno il Collegio Romano chiede, carte e documenti alla mano, la restituzione di beni provenienti dal nostro Paese, promettendo in cambio prestiti, anche a lungo termine, di opere dei nostri musei, come è recentemente avvenuto per l'Annunciazione di Leonardo, volata - non senza polemiche - dagli Uffizi a Tokyo. È avvenuto così che lo scorso autunno il Museum of Fine Arts di Boston ha restituito tredici pezzi archeologici frutto di scavi clandestini e illegalmente portati fuori dalle nostre frontiere a cavallo tra gli anni Settanta-Ottanta: ceramiche a figure rosse e nere della Magna Grecia, altre apule e lucane, una piccola colonna. Opere che vanno dal VI secolo avanti Cristo al II dopo Cristo, come appunto la statua di Vibia Sabina, datata all'anno 136, e proprio per questo - ha osservato Rita Paris, direttrice del Museo Nazionale Romano - riconoscibile come il ritratto dell'imperatrice, che morì un anno prima e che Adriano volle fosse divinizzata. E infatti alla scultura donano un'aura ultraterrena, oltre agli oltre due metri di altezza, il velo, i tratti idealizzati del volto, il gesto della mano destra che solleva il lembo del mantello, un tipico modo di raffigurare i defunti. A confermare la datazione della statua di Boston è una serie di monete emesse nel medesimo periodo, in onore della Diva Sabina, come Adriano volle che divenisse la moglie. «In esse - ha spiegato Maria Rita Sanzi di Mino, direttore dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione - Vibia compare con la stessa acconciatura della statua, un diadema di ciocche ritorte intrecciate in singolare nodo sopra la fronte». Che fosse a Villa Adriana non è certo, ma probabile. Nel Canopo, lo scorcio più scenografico della residenza tiburtina dell'imperatore-filosofo, e nella Piazza d'Oro c'erano molti ritratti di personaggi illustri coevi di Adriano, una sorta di galleria dinastica da Augusto ai Severi. E poi l'eccezionale stato di conservazione della scultura fa ritenere che fosse collocata non in luogo pubblico, piuttosto in un giardino, e in una nicchia, visto che il retro è meno rifinito. Insomma, un ulteriore omaggio di Adriano alla sua donna, la «mora e aspra» Vibia, come la definisce la Historia Augusta, impalmata per opportunità politiche (era imparentata con Traiano), relegata in un angolo, pur fastoso, della villa, mille e mille volte subordinata nel cuore dell'imperatore al giovinetto Antinoo, ma sempre rispettata, gratificata con tutti gli onori che una first lady deve avere. E la storia «contemporanea» di Vibia? Racconta Giovanni Pastore, vicecomandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, che nel settembre 1995 l'irruzione dei militari dell'Arma in alcuni magazzini del porto franco di Ginevra portò al ritrovamento di 3800 reperti archeologici e di un mucchio di foto polaroid di pezzi originali venduti all'estero. Il covo era quello di Giacomo Medici, trafficante con Maserati e villa sul litorale romano, a Santa Marinella, uno che aveva fatto uscire dall'Italia migliaia di oggetti. Tra essi, documentata dall'immagine fotografica, anche Vibia Sabina, la stessa statua risultata acquisita a Boston. Medici è stato già condannato in primo grado e le trattative avviate con la raccolta statunitense hanno portato alla restituzione delle opere d'arte. Storia a lieto fine - Vibia è la prima statua restituita all'Italia da un museo straniero - alla quale se ne affiancano altre ancora in fieri. Pare sul punto di arrivare a felice conclusione la vicenda della Venere di Morgantina, trafugata in Sicilia e finita al Getty Museum di Malibù. Dovrebbe tornare in Italia entro l'anno, ed esulta, tra gli altri, l'Archeoclub d'Italia, che ha impostato una battaglia per il recupero della scultura acefala, realizzando una cartolina-appello e una raccolta di firme. Nel 2008, poi, il Metropolitan Museum di New York riconsegnerà il Vaso di Eufronio. In stallo invece la trattativa per l'Atleta di Lisippo, ritrovato nel mare al largo di Fano e anch'esso nelle collezioni del «Getty» di Malibù, che respinge le richieste italiane in quanto, dice, il bronzo è stato rinvenuto in acque internazionali, sottovalutando però il particolare che comunque il reperto è transitato in Italia. Ancora, iniziative di recupero sono in corso con i musei di Princeton e di Cleveland, con la collezione privata Levi White, con un museo europeo. Infine, una proposta, provocatoriamente avanzata dall'Archeclub di Roma e recentemente rilanciata da queste colonne: la Libia pretende la restituzione della Venere di Cirene, e il Tar ha dato ragione a Gheddafi contro il ricorso di Italia Nostra. Ora il contenzioso è passato al Consiglio di Stato ma intanto perché non chiedere alla Libia, in cambio della Venere, le statue dei Fratelli Fileni, sistemate nel periodo fascista in un arco trionfale sulla via Balbia e ora gettate a terra, del deserto della Cirenaica?
LAZIO - Un tesoro torna. Aspettiamo gli altri
La statua di Vibia Sabina, moglie di Adriano, è stata restituita all'Italia dopo essere stata trafugata e venduta all'estero. La statua, datata al 136 d.C., era stata scoperta in un covo di trafficanti d'arte a Ginevra e aveva fatto parte di una collezione di reperti archeologici di circa 3800 pezzi. La statua è stata restituita al Museo Nazionale Romano grazie a trattative con il Metropolitan Museum di New York. La restituzione è stata considerata un successo per la politica del dialogo del governo italiano, che mira a recuperare i beni artistici razziati nel Bel Paese.
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