Primo sì del governo al decreto presidenziale sulla riorganizzazione del ministero per i Beni culturali. Le Direzioni generali passano da dieci a nove ma essenzialmente si decide l'accorpamento della soprintendenza autonoma di Pompei a quella di Napoli. No comment del soprintendente Guzzo. «Tutta la riforma è un pasticcio», sottolinea Cerasoli della Uil. Dipendenti in stato di agitazione Pompei verso l'accorpamento con Napoli. I sindacati attaccano: è un pasticcio, il decreto va modificato Pompei. «Mi riservo di commentare il tutto quando si pubblicherà il testo definitivo sulla Gazzetta ufficiale». Secco il «no comment» di Pietro Giovanni Guzzo, soprintendente (e potrebbe essere l'ultimo) di Pompei ed Ercolano, alla notizia dell'ok, dato ieri dal governo, al decreto presidenziale che riguarda la riorganizzazione del ministero per i Beni e le attività culturali. In buona sostanza, attraverso la riforma del ministero si propone un nuovo assetto per dicastero guidato da Francesco Rutelli, con le Direzioni generali che passano da dieci a nove; ma essenzialmente si decide l'accorpamento della soprintendenza autonoma di Pompei a quella di Napoli mettendo fine, dopo ventisei anni, alla scissione appoggiata nel 1981 dall'allora ministro Scotti. Ora, se l'operazione di revisione del settore scontenta tutti, dai sindacati agli operatori, dai funzionari agli stessi membri del Consiglio superiore dei beni culturali, vale a dire il massimo organo consultivo del ministero (è formato da 18 membri scelti tra eminenti personalità del mondo della cultura, esperti, sindacati, tecnici) nel caso di Pompei e Napoli ha toccato un nervo scoperto. «Un pasticcio, tutta la riforma è un pasticcio», sottolinea Gianfranco Cerasoli della Uil, e continua: «Nel caso di Pompei la cosa è ancora più grave. Cercheremo di far modificare il decreto in commissione parlamentare, sia alla Camera sia al Senato. Anzi, stiamo già contattando i gruppi parlamentari». Per diventare legge la proposta dovrà infatti sottoporsi a un iter che prevede l'ok del Consiglio di Stato, l'approvazione delle commissioni preposte di Camera e Senato, quello della Corte dei Conti. Infine, se non ci saranno modifiche, l'atto tornerà al Consiglio dei ministri per diventare legge in via definitiva. In effetti, chi andrebbe a essere penalizzato dalla fusione sarebbe senz'altro Pompei. Il sito, da solo, nel 2006 ha fatto registrare la presenza di 2 milioni e 569mila 872 turisti. Le altre evidenze archeologiche della soprintendenza: Ercolano, Oplontis, Stabiae e Boscoreale, assieme, si sono attestate sui 386.193 visitatori. Nei primi cinque mesi del 2007, a Pompei si sono registrati 928mila ingressi. In totale, per il 2006, nella casse sono entrati ben 22 milioni e 100 mila euro, dei quali 20 milioni e 490 mila sono stati incassati solo per Pompei. Insomma un bilancio più che positivo, anche in termini di ricavi. «Il problema non è tanto l'accorpamento tra le due soprintendenze - sottolinea difatti Tsao Cevoli, il presidente dell'Associazione nazionale archeologi - ma capire come quelle somme verranno utilizzate. Se saranno investite per la valorizzazione del patrimonio archeologico sia di Pompei sia di Napoli allora va bene. Usate invece, anche, per finanziare spettacoli e fiction televisive, è un errore gravissimo. Si rischia di mettere in pericolo la conservazione di un patrimonio unico al mondo». Quali saranno poi la reazioni del Consiglio superiore dei beni culturali alla proposta di riforma, si saprà solo lunedì prossimo, considerato che l'organo consultivo è stato convocato da Rutelli per quella data. «E noi stiamo proprio aspettando questo appuntamento - dice Claudio Calcara segretario nazionale di Cisl-Beni culturali - vogliamo vedere questo incontro che taglio ha. Perché se dovesse essere solamente il teatro attraverso il quale si mandano messaggi trasversali, diciamo subito che non siamo interessati. Vogliamo capire, e direttamente dal ministro, nella realtà come si concretizza questo accorpamento: è solamente il contenitore per un decentramento oppure è il presupposto per la nascita di altre soprintendenze?». «Intanto abbiamo proclamato lo stato di agitazione - dice Cerasoli - poi assieme ai lavoratori e appunto alla luce di quanto verrà fuori dall'incontro di lunedì decideremo le azioni future».
Beni culturali sì all'unione con Pompei
Il governo ha dato il via al decreto presidenziale sulla riorganizzazione del ministero per i Beni culturali. Le Direzioni generali passano da dieci a nove, ma essenzialmente si decide l'accorpamento della soprintendenza autonoma di Pompei a quella di Napoli. I sindacati e gli operatori del settore hanno reagito negativamente, considerando la riforma come un "pasticcio". La Uil ha già iniziato a contattare i gruppi parlamentari per modificare il decreto. La fusione potrebbe penalizzare Pompei, che ha registrato 2 milioni e 569mila turisti nel 2006. Il problema è capire come quelle somme verranno utilizzate, e se saranno investite per la valorizzazione del patrimonio archeologico.
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