A quanto pare l'arte c'è, ma non sì vede. O meglio: per gli abitanti di molte città d'arte italiane il patrimonio culturale locale è invisibile. Musei, chiese e palazzi storici non esistono se non in una dimensione ridotta, come semplici punti di riferimento da indicare al turista smarrito o all'amico in visita. La partecipazione alla vita culturale cittadina tocca i livelli più alti al Nord: con il 85 a Reggio Emilia e l'83 a Verona; più bassi al Centro, con il 76 a Siena e il 72 a Firenze; decisamente deboli al Sud, con il 63 a Lecce e il 50 a Matera. Il fenomeno è stato analizzato da una ricerca svolta dall'osservatorio impresa e cultura, commissionato dal Centro promozione e servissi della città di Arezzo e che verrà presentato il 25 settembre nel corso della IV edizione di Museum Image. Lo studio, focalizzato in particolare su giovani tra i 14 e i 28 anni, si è occupato di indagare sul sistema di percezione e di motivazioni del cosiddetto «non pubblico dei musei, cioè di coloro che non concepiscono i luoghi di cultura come parte integrante quotidiana, della propria città. Di coloro che in sostanza ritengono che la vita sociale l'intrattenimento e il divertimento siano altrove. Le città prese in considerazione, dotate tutte di un patrimonio artistico rilevante, sono sei, suddivise per area geografica, Verona e Reggio Emilia per il Nord, Firenze e Siena per il Centro, Lecce e Matra per il Sud. L'obiettivo dichiarato dell'inchiesta non è tanto quello di fornire un insieme di dati statistici, quanto piuttosto di estrapolare una serie di indicazioni utili per permettere alle istituzioni e agli operatori locali di elaborare progetti di promozione culturale. La ricerca rileva come la scarsa motivazione dei giovani nei confronti del patrimonio artistico sia dovuta a una «bassa esposizione all'offerta culturale»; più semplicemente, alla scarsa esperienza culturale. Impiegando un meccanismo mutuato dalla teoria economica di Stigler e Becker (1965), si può dire che il consumo culturale dipende dal volume del consumo culturale passato. Questo significa che andrebbe attivata, possibilmente in anni precoci, un'esperienza diretta del consumo culturale, per plasmare così futuri consumatori. Specificando meglio il concetto stesso di «consumo Culturale», l'indagine evidenzia come i giovani siano divoratori di musica e spettacoli cinematografici, ma decisamente timidi quando si tratta di avvicinarsi a forme d'arte più tradizionali; «some visite a musei biblioteche, sale da concerto, teatri. Una delle soluzioni prospettate, già sperimentata con risultati incoraggianti è quella di modernizzare i materiali culturali canonici, con un adattamento di supporto e delle modalità di diffusione. Per risvegliare l'interesse e la curiosità dei giovani il museo deve trasformarsi in un luogo esperienziale, in cui le persone possono incontrarsi e darsi appuntamento. È questa la natura del «museo vitale» che può permettere all'identità artistica urbana di riaffiorare nella quotidianità. E permettere all'arte di tornare visibile.
La cultura è invisibile per i giovani
Un'indagine ha rilevato che gli abitanti di molte città d'arte italiane hanno una scarsa percezione del patrimonio culturale locale. I musei, chiese e palazzi storici sono visti come semplici punti di riferimento per i turisti o gli amici in visita. La partecipazione alla vita culturale cittadina è più alta al Nord, con il 85% a Reggio Emilia e l'83% a Verona, mentre è più bassa al Centro e al Sud. La ricerca ha analizzato i giovani tra i 14 e i 28 anni e ha scoperto che la scarsa motivazione nei confronti del patrimonio artistico è dovuta a una bassa esposizione all'offerta culturale e a una scarsa esperienza culturale.
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