Già alla superficie governare il territorio si presenta come un lavoro complicato per i Comuni. Lo è, ad esempio, il combinare nuove sensibilità culturali e molteplici saperi tecnici per dotarsi dei necessari strumenti di governo in presenza di risorse organizzative e cognitive scarse (per tacere di quelle finanziarie). Così come è sempre più complesso motivare e valutare le scelte urbanistiche che investono città, borghi o campagne in nome della conservazione paesistica o del miglioramento urbano o in funzione di nuove dotazioni di servizi e infrastrutture. Oppure, ancora, è opera ardua - sul piano politico e amministrativo - coordinare entro processi decisionali compatti, trasparenti e unitari più livelli di governo per definire progetti e alternative che cambiano lesistente in vista di un futuro che può essere, ad un tempo, una strategia ma anche una scommessa. Ma tutto questo non è che la crosta del problema. Sono infatti le stesse fondamenta del governare il territorio a sfidare anche le più avvedute visioni di chi amministra perseguendo onestamente linteresse generale. Fondamenta che si riassumono in due parole chiave: memoria e mercato. Il governo del territorio le interseca entrambe. Può prediligere la prima o la seconda ma si misura comunque col loro inestricabile intreccio: alla ricerca di un equilibrio che sarà sempre instabile ma anche sempre necessario. La memoria è quel retaggio di esperienze individuali e collettive che dà significato e dignità di «luoghi» agli spazi in cui mettono una qualche radice le nostre esistenze e le relazioni che le nutrono. Luoghi che hanno o non hanno una loro «qualità» se e in quanto ci rendano riconoscibili a noi stessi e dunque solidi interlocutori del nostro prossimo per vicino o lontano che sia. E la memoria che un paesaggio o una città racchiudono e sprigionano nelle percezioni che alimentano è il presupposto di tale qualità, perché è la memoria che fonda e costituisce quel « noi» che consuma o costruisce o conserva o trasforma i luoghi che compongono il nostro presente in vista o in nome di un qualche futuro. Proprio come hanno fatto coloro che ci hanno preceduto nei tanti presenti in cui hanno vissuto. E dunque nella memoria il motore delle identità culturali e sociali (la «fiorentinità» ovvero la «toscanità») di cui un territorio, una città, un paesaggio sono il sostrato e la forma visibile o percepibile (ricordate Calvino? «. la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano»). E sta proprio in ciò, nel riuscire o meno a produrre memoria, la vitalità o la sterilità di un luogo. Già, ma come si produce memoria? Custodire o vincolare il passato nei suoi giacimenti e nelle sue testimonianze non basta. Non solo perché troppe volte quel passato ben conservato lo abbiamo visto volano della rendita turistica o immobiliare. Ma anche perché unidentità viva si alimenta di alterità. E in qualunque città o paesaggio rurale si possono sempre cogliere o stimolare nuovi modi di conservare il valore dei luoghi insieme a potenzialità di nuove relazioni, nuove opportunità sociali e culturali, nuova crescita civile. Possiamo produrre nuova memoria senza consumare o limitarci a lucrare quella del passato. Ma qual è il motore migliore di una simile ricerca? E qui che entrano in gioco gli strumenti e gli atti del governo del territorio. A cominciare da un pubblico pianificare ricco sì di una intensa e duttile partecipazione civile al formarsi delle sue conoscenze, dei suoi valori e delle sue scelte, ma anche capace di costruire un nuovo e concorrenziale mercato dellinnovazione territoriale. Sì, proprio un «mercato»: con i Comuni finalmente incardinati nel loro ruolo di pubblici poteri, che dettano con i loro piani contenuti strategici, regole e garanzie procedurali del confronto concorrenziale, e i criteri non negoziabili con cui sceglieranno i progetti migliori per dar corpo ai loro obiettivi. Insomma, lopposto della collusione contrattata che ha dominato lurbanistica dellItalia repubblicana. E ovvio che non è facile. E evidente che occorrono essenziali condizioni etiche e normative al contorno (una nuova finanza locale, una nuova legge urbanistica nazionale di sostegno). Ma in Toscana è una strada che si va sperimentando pur con tutte le cautele del caso e che la stessa Regione auspica per dare efficacia al suo piano territoriale. Richiede soprattutto una grande salto di cultura imprenditoriale e amministrativa (ed è proprio di una simile svolta culturale e dei suoi presupposti nel contesto fiorentino che oggi si parlerà, non a caso, in un luogo come lIstituto Italiano di Scienze Umane). Eppure, per quanto in salita, è una strada essenziale se non vogliamo che, tra una bolla speculativa e laltra, la memoria del territorio - nellillusione di difenderla come un reliquiario - finisca svenduta in un qualche baratto di «buone intenzioni».