Caro direttore, qualche giorno fa ho sentito a un Tg questa frase: «Dal governo di centrosinistra vogliamo azioni, fatti concreti, tutto il resto è... poesia». Partirei proprio da queste parole di Berlusconi, credo passate inosservate, perché ripropongono così esemplarmente la mappa elementare del rapporto tra B. e la cultura. Da un lato gli affari, i valori veri, quel che per lui conta nella vita, dallaltro qualcosa che suona più o meno un dileggio. La parola poesia usata come sintesi della miseria che ci rimane se non si condivide la sua visione del mondo: fumo, illusioni, fastidiose bugie. Poesia più o meno uguale spazzatura. Un vero e proprio lapsus rivelatore. Oggi come allora, voglio parlare del disagio che provo ormai da tempo, soprattutto dalla campagna elettorale dellanno scorso. Il perché è semplice: non ho mai sentito nei discorsi dei politici per cui mi preparavo a votare pronunciare la parola cultura. Dimenticata? Sottovalutata? Rimossa? Come se i miei politici di riferimento ignorassero che la sottocultura diffusa, o meglio imposta dalle grandi centrali televisive, sta creando generazioni di giovani infelici e assenti, che non sanno di esserlo. Così incapaci di leggere, di interpretare , di capire la realtà che li circonda da votare ancora una volta, dopo cinque anni di catastrofico centrodestra, per lo stesso centrodestra. In certe assunzioni di farmaci questo si chiamerebbe effetto paradosso. Per esempio mi chiedo perché in Italia non è stata possibile la nascita di un canale come "Arte", la cui ragione sociale è il fare cultura, diffonderla, allargare il numero dei suoi spettatori allargando insieme il numero dei suoi autori, inventandone di nuovi, promuovendoli. Varrebbe la pena di interrogarsi sul perché da noi qualcosa del genere è stato inimmaginabile almeno fino a ieri. Cè stato un momento, verso la metà degli anni settanta (gli anni di Moro-Berlinguer) che vorrei ricordare a tutti coloro che lo hanno vissuto, in cui sembrava essersi trovata una gioia, una magia tra la cultura di questo paese e la sua gente. Le parole, i libri, i film venivano percepiti in maniera che chiamerei sensuale. In quel clima di straordinaria tensione creativa e morale e politica abbiamo visto qualcosa di irresistibile: gli occhi della gente reinventavano quello che ricevevano, elaborandolo, allungandogli la vita, rilanciando. Non vivo nel miele della nostalgia o nellillusione che quello stato di grazia collettivo possa ripetersi ma sono certo che ricordarlo costituisca un diritto per chi come me ci ha vissuto dentro come un topo nel formaggio. Perdonatemi lautocitazione, ma un esempio è "Novecento", riuscito o meno non conta, un film completamente partorito da quel clima e premiato dal grande impatto che ebbe sulla gente. Mi chiedo: un film come "Novecento" sarebbe possibile oggi, nella sua libertà, nella sua utopia produttiva, nella sua megalomania, nellestremismo delle sue contraddizioni? Io so che per anni ho tentato di chiuderlo con un terzo atto che arrivava ai giorni nostri ma ho dovuto rinunciare per onestà: il clima culturale e politico era sfumato. Mi torna in mente anche "Salò", lultimo Pasolini, girato negli stessi mesi e a poche decine di chilometri, la distanza tra Mantova e Parma, film atroce e sublime. Sarebbe possibile oggi "Salò"? Per questi e molti altri motivi è nato il gruppo dei Centautori, che riunisce soprattutto scrittori e registi cinematografici, e ci sembra il momento di richiedere e di pretendere dalla politica un progetto culturale articolatissimo, ambiziosissimo e economicamente molto impegnativo, almeno quanto una delle opere pubbliche di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni fino alla nausea. Altro che assistenzialismo! È qualcosa che è avvenuto fisiologicamente in altri paesi, vedi la Francia e qualcuno dovrebbe spiegarmi perché non può accadere da noi. Un esempio: penso a un numero apparentemente sconsiderato di opere prime, uninfinità, una cavalcata di ricerca e di sperimentazione di autori nuovi, nella certezza che anche così il cinema ricomincerà a essere nutrito e a nutrire la realtà che lo circonda. Per concludere: cerchiamo insieme una maniera per rendere il terreno creativo molto più fertile. Sappiamo che è molto difficile e soltanto con limpegno di tutti noi sarà possibile cominciare a pensarci su. Come fare? Non lo so. So soltanto che ho visto molti autori italiani stanchi di essere i bozzoli vuoti della loro creatività, condannati a galleggiare solitari sulla superficie ormai liquida della società, da cui si sentono forzatamente alienati. E il vero senso di queste mie parole è la rivendicazione del diritto-dovere collettivo-individuale di ognuno di noi di partecipare allelaborazione di questo progetto che nasce minoritario e doloroso ma potrebbe diventare entusiasmante e memorabile. Il cinema non è che la prima occasione per rompere una estraneità che si ingigantisce ogni giorno di più, una estraneità che ci fa sentire come morti, ma il sentimento che provo vorrebbe coinvolgere tutti quelli che come me hanno voglia di vedere un film che ancora non esiste, di leggere un libro che ancora non è stato scritto. Se tutto il resto è poesia, diamole una possibilità di esistere.
LA POLEMICA Cultura la parola dimenticata
Il testo è un articolo di un giornalista che esprime il suo disagio per il clima culturale e politico in Italia. Il giornalista ricorda un periodo degli anni settanta in cui la cultura e la politica sembravano essere in armonia, ma ora sente che la cultura è stata dimenticata e sottostimata. Il giornalista chiede al governo di prendere in considerazione un progetto culturale ambizioso e economicamente impegnativo per promuovere la cultura e la creatività. Il testo è un appello alla politica per riprendere il clima culturale e politico di un passato in cui la cultura e la politica sembravano essere in armonia.
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