Dopo tanto penare il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani è riuscito a far approvare la sua riforma del dicastero dal consiglio dei ministri. Ha penato tanto perché il testo doveva passare il 28 agosto ma, tra rinvii, i mugugni del ministero dell'Economia Giulio Tremonti, malumori di soprintendenti e riunioni che neppure prendevano in considerazione l'argomento, il via libera è slittato fino a ieri. Urbani l'ha definita "una giornata importante". In realtà alcuni cardini della sua riforma sono bellamente spariti. Ad agosto aveva completato il suo progetto del ministero. Che è uscito ridimensionato. Sono ad esempio spariti i riferimenti alla creazione o partecipazione a fondazioni per le soprintendenze autonome. E i cinque poli museali (Firenze, due a Roma, Napoli e Venezia), di cui ad agosto veniva prevista una sottomissione alle soprintendenze regionali con successiva soppressione, rimangono in vita ma un po' appesi al destino: secondo una norma del decreto potranno sopravvivere, essere eliminati o essere affidati al soprintendente regionale, però tutto a discrezione del ministro stesso. Che acquisisce più potere. Intanto si scatena la battaglia sul numero effettivo dei dirigenti cosiddetti di prima fascia (con relativi stipendi più alti): 35 per il dicastero, sono invece 41 per Cgil e 46 per la Uil: troppi. Confermata l'abolizione del segretario generale, Urbani aveva voluto quattro dipartimenti, Tremonti ha obiettato e ne sono rimasti tre: quello per le antichità, le belle arti e il paesaggio, quello per lo spettacolo e lo sport, quello per la ricerca e innovazione che il ministro definisce «il cuore della riforma» e dove nascerà un ufficio servizi per «promozione e merchandising», È sparito il dipartimento sugli archivi e le biblioteche, che viene accorpato alle arti. Su chi saranno i responsabili di queste tre strutture centrali circolano già dei nomi: gli attuali direttori generali Proietti e Cecchi, il segretario generale Carmelo Rocca che è più in forse e al suo posto porrebbero andare Mario Serio o direttori come Sicilia o Italia. «Ai soprintendenti regionali - scrive la redazione internet del ministero nel sito culturalweb - sono finalmente conferiti effettivi poteri di coordinamento e gestione» e indica come altre novità «la graduale istituzione degli uffici provinciali» oltre a una competenza collegiale sui vincoli. Cosa significa? I soprintendenti regionali (che peraltro esistono già) avranno più potere, formalmente e amministrativamente, saranno loro a firmare i contratti di spesa dei loro colleghi. Gli uffici provinciali sono stati pensati per ogni capoluogo di provincia, soprattutto in soprintendenze molto vaste come quella di Milano che copre buona fetta della Lombardia. E la collegialità sui vincoli di un dipinto o un'area da salvare da pessimi appetiti? Il soprintendente competente potrà chiedere il parere dei suoi omologhi sul territorio. C'è un dato che stupisce. Urbani va ripetendo che lui punta molto sulle fondazioni per i grandi musei. Il discorso vale per l'Egizio di Torino, dove l'accordo c'è ma lo statuto naviga ancora in altissimo mare, e per luoghi come Uffizi, Accademia di Venezia, la Borghese a Roma, Capodimonte a Napoli. Il ministro ha abbandonato l'idea? Nient'affatto, rispondono al ministero: la norma di riferimento c'era anche prima, era nel decreto ministeriale numero 491 del novembre 2001 nato già al tempo di Giovanna Melandri ministro, pertanto la scomparsa dell'accenno alle fondazioni non muterebbe niente. Ma allora perché il ministro si voleva tanto citare le fondazioni e ora non più? «È una controriforma», denuncia il SEnatore Ds Stefano Passigli. «I poli rimangono ed è scomparsa la norma sulla loro trasformazione in fondazioni, sono state accolte le richieste della Uil - commenta il segretario generale di settore Gianfranco Cerasoli - è positiva anche il ridurre a tre i dipartimenti anche se sei direzioni generali sotto le belle arti rischiano di appesantire la struttura. Ma - attacca - rimane irrisolto il problema dei troppi direttori generali: sono 47; la riforma non è a costo zero». «Urbani ha fatto marcia indietro - dice Libero Rossi segretario Cgil per i beni culturali - È bene che biblioteche e archivi non siano separati dal resto. Ma i direttori generali restano 41, troppi. E se tolgono i poli museali alle soprintendenze regionali, queste ne escono svuotate». Il decreto legislativo sarà inviato alla conferenza unificata delle commissioni cultura di Camera e Senato per essere licenziato entro la fine di ottobre sulla Gazzette ufficiale.
Beni Culturali, la riforma dimezzata
Il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani ha ottenuto il via libera per la sua riforma del dicastero dal consiglio dei ministri. La riforma, che era stata posticipata più volte, è stata definita "importante" dal ministro. Tuttavia, alcuni cardini della riforma sono stati eliminati, come la creazione o la partecipazione a fondazioni per le soprintendenze autonome e i cinque poli museali. I cinque poli museali rimangono in vita, ma il loro destino è ancora incerto. Il ministro Urbani ha confermato che punta sulle fondazioni per i grandi musei, ma ha abbandonato l'idea di trasformarli in fondazioni.
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