Dato che, ormai, partecipare alla Biennale di Venezia, può essere solo una questione di denaro (affittare una Galleria, l'ala di un palazzo o un palazzo intero, un'ex chiesa o convento, una schola, un magazzino, ecc, ecc.) a un artista che ne resta fuori perché senza soldi e senza sponsor, non resta che chiedere la carità. E quello che ha pensato quel mattacchione dello scultore Vincenzo Eulisse, quando, giovedì mattina primo dei tre giorni riservati a stampa e operatori di settore ai Giardini, s'è messo in un angolo, con la testa abbassata e la mano tesa. In un paio d'ore ha tirato su un centinaio di euro. Sufficienti per dimostrare l'assunto. Alla fine degli anni Sessanta, Eulisse, assieme a Emilio Vedova e Luigi Nono, iscritti tutti al Pci, è uno dei contestatori più accesi della Biennale: contro la mercificazione dell'arte e contro gli Usa. In un tafferuglio con la polizia, una manganellata gli spezza il polso. Il giorno dopo, sui giornali scrivono che il musicista Nono è rimasto ferito nello scontro con le forze dell'ordine. Con Vedova, Eulisse ha rapporto di amore-odio. È suo assistente, per due anni, a Salisburgo, poi le loro strade si dividono. Anche se va ad insegnare all'Accademia, «Cencio» resta un contestatore sui generis. Anche adesso. Mezz'ora dopo, infatti, si impossessa di un sacco di rifiuti dal bar esterno al Padiglione Italia, lo porta dentro, lo sistema al centro di una sala, e si mette ad osservare la reazione dei visitatori. Sguardi di interesse, altri di sufficienza. Ci vuole un po', prima che ci si accorga di questo corpo estraneo e lo si porti via. Ah, questo burlone di 72 anni, che sghignazza in un angolo! Ma torniamo alla Biennale «ufficiale», di Robert Storr. Il primo paragone da fare è quello con quella del 2003, curata da Francesco Bonami e considerata la peggiore degli ultimi vent'anni. Poi, invece, ci si accorge che questa, anche se non suscita grandi entusiasmi, alla fin fine è una manifestazione da farmacia, per malati di cuore che debbano evitare sussulti o forti emozioni. Tranquilla: «sanza infamia e sanza lode». Contestazioni come quelle entrate nella storia della Biennale, neanche a parlarne. Ormai i palati sono addomesticati. Segno dei tempi che cambiano? Brutto, però. Vuoi dire che, ormai, quasi non importa niente a nessuno. E il povero cronista, che fa? Giardini, Arsenale... L'avventura comincia. Saloni, corridoi, antri. Lo sguardo va da un oggetto all'altro, da un disegno a un'installazione. Mentre stai per leggere una didascalia, uno zainetto a spalla di qualche sconsiderato ti dà una botta su un fianco: l'm sorry. Ma non è che il primo di una lunga serie. Pazienza. Venezia non è altro che lo specchio magari un po' deformato - del l'arte d'oggi. Soprattutto da quando alcuni critici hanno cambiato musica e da cronisti sono diventati direttori d'orchestra: altri criteri, indirizzi, regole. Che talvolta disorientano soprattutto gli artisti più giovani. Certo, un'opera d'arte dovrebbe evocare qualcosa. Qui, spesso, se non si legge il cartellino con le spiegazioni, non si capisce alcunché. Furoreggiano installazioni (teatrali, coreografiche, circensi), fotografie, animazione, fumetti. E video: insopportabili, se accompagnati da fruscii, rumori; suggestivi come quello di Malik Ohanian (Francia, 1969) se hanno un sottofondo musicale ammiccante. Sempre in un video, l'ultima carezza, da amici e parenti, a un cada-vere, della francese Sophie Calle (1953); come pure il rapporto uomo-natura, coi protagonisti in cartapesta, di Joshua Mosley (Usa, 1974). Se si incontra un dipinto, si pensa che ci sia qualcosa fuori posto, ma si è contenti lo stesso. Anche davanti ad un Dorazio firmato da un nigeriano, tale Odili Donald Odita (classe 1966) o di Susan Rothesaberg (Usa, 1945), nipotina dei Nuovi selvaggi. Un certo fascino ce l'hanno le due Fontane di Venezia dell'americano Bruce Naumann (1941). L'acqua fuoriesce dalla bocca di due calchi del volto umano. Non manca l'Arte concettuale. L'argentino Leon Ferrari (1920) ha messo Cristo in croce su un aereo da combattimento: mani inchiodate sui siluri. Padiglioni. Installazioni e fotografie in quello israeliano dove si respira una certa atmosfera pucciniana della Butterfly. Nel russo, due artisti, Aleksander Ponomarev (1957) e Arseny Mescher-yakov (1970) hanno installato una doccia in mezzo ad una cabina dove scorrono immagini di 470 canali televisivi. Per cambiare, girare la manipola della doccia. Se pensate di applicare lo stesso metodo per qualche artista della Biennale che non vi piace, non ci provate nemmeno. Perdereste tempo.