Non s'è ancora spenta l'eco delle contestazioni sull'accorpamento della soprintendenza di Pompei a quella di Napoli (contro la quale sono scesi sul piede di guerra i comuni di Pompei, Ercolano, Stabia, Torre Annunziata, i sindacati, persino le autorità religiose) che in via del Collegio romano già ieri s'apriva la polemica sulle conseguenze negative che la riforma Rutelli sta determinando. Secondo i più critici verso il progetto di riordino dei Beni culturali - al vaglio del Consiglio dei ministri - Pompei è infatti solo la punta visibile dei danni che la riforma produrrà sul territorio. Non solo: è anche la dimostrazione evidente e clamorosa che il senso del riordino dell'organismo ministeriale procede sempre più spedita verso una radicale verticalizzazione e centralizzazione della struttura. La riforma Rutelli infatti invece di ridurre il numero degli stipendi di direttori e dirigenti generali - come era stato annunciato mesi fa alla vigilia della stesura delle prime bozze - ha finito invece con l'aumentarle, portandole da 45 - un numero già pletorico - a 49. Direzioni che a parte la loro dubbia funzionalità e utilità determineranno per il ministero un'incidenza di spesa cui far fronte senza finanziamenti aggiuntivi. Il principio di invarianza della spesa che caratterizza questa finanziaria infatti esclude la possibilità che il riordino dei Beni culturali possa essere fatto con investimenti ulteriori. Ecco dunque che la soppressione della direzione amministrativa di Pompei appare come un tributo da pagare sull'altare della centralizzazione, perché è evidente che si risparmia sulla spesa per il city manager di Pompei per far fronte alla spesa necessaria per sostenere una delle 4 direzioni generali che si aggiungono al ministero. L'accorpamento in altri termini non viene realizzato per ridurre i costi - come viene detto - ma perché con la soppressione di posti da dirigente amministrativo si compensano gli oneri per la costituzione di posizioni dirigenziali generali. Insomma si toglie al territorio - e in questo caso a un'area strategica - per dare al vertice, per rendere ancora più blindata e robusta la burocrazia romana. Un errore grave, di quelli da sottolineare con la matita blu, sostengono il sindacato Uil e parte del Consiglio superiore dei Beni culturali che in questi giorni, come ha raccontato l'Indipendente, ha cominciato a contestare la linea morbida di Settis sulla riforma Rutelli. Errore perché l'autonomia di Pompei costituiva - assieme ai poli museali di Firenze, Venezia e Roma un modello alternativo e virtuoso rispetto a quello delle fondazioni - su cui gravano costi aggiuntivi e oneri di personale tecnico e scientifico esterno. Modello capace di ottimizzare le risorse interne e di intercettare finanziamenti dai privati. E a proposito di finanziamenti il soprintendente Pietro Guzzo ha quantificato in 250 milioni di euro il costo necessario per un piano di rilancio dì Pompei e dei tenitori del comprensorio.
Pompei, la prima vittima della riforma Rutelli
La riforma Rutelli sulla soprintendenza di Pompei è stata criticata per la sua centralizzazione e per aver aumentato gli stipendi dei direttori e dirigenti generali. La soppressione della direzione amministrativa di Pompei è stata vista come un tributo alla centralizzazione, poiché si risparmia sulla spesa per il city manager di Pompei per far fronte alla spesa necessaria per sostenere una delle 4 direzioni generali che si aggiungono al ministero. Il sindacato Uil e parte del Consiglio superiore dei Beni culturali hanno contestato la linea morbida di Settis sulla riforma Rutelli, sostenendo che l'autonomia di Pompei era un modello virtuoso che avrebbe potuto ottimizzare le risorse interne e intercettare finanziamenti dai privati.
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