Roma - Non ci sarà la temuta "devolution" del patrimonio artistico italiano. La riforma del ministero per i beni culturali, annunciata, discussa, contestata, è molto più "soft" del previsto. E una volta tanto il ministro Giuliano Urbani sembra aver segnato un punto. «E' un buon inizio», dicano alla Uil dove già avevano proclamato lo stato di agitazione sul progetto. «Un buon inizio», in attesa del nuovo codice dei beni culturali, perché non sono stati aboliti i poli museali, di cui fanno parte le principali istituzioni italiane. Di conseguenza, non saranno trasformati in fondazioni. I musei tutti non cambieranno struttura; restano statali, non si privatizzano. Avranno però più autonomia scientifica nonché amministrativa il polo fiorentino, nato intorno agli Uffizi (che comprende anche la galleria dell'Accademia dove è in corso il restauro del David), il polo napoletano con Capodimonte, la soprintendenza archeologica di Pompei e quella di Roma, il polo museale romano, che si sviluppa sulla scia del museo Borghese, e quello veneziano delle gallerie dell'Accademia. Ovvio che i soprintendenti, contrari all'ipotesi delle fondazioni, a consegnare i musei ad amministrazioni locali e regionali, non nascondono un moto di soddisfazione. Dice Antonio Paolucci: «Apprezzo la saggezza di Urbani che ha rinviato l'ipotesi delle fondazioni: ha dato un colpo di freno a una deriva che poteva essere pericolosa». La riforma Urbani, attuata con decreto e quindi operativa dopo il vaglio del consiglio di Stato e della commissione bicamerale, non è dunque «rivoluzionaria» anche se modifica la struttura del ministero. Viene abolito, come annunciato, il segretario generale e nascono tre dipartimenti; il primo è per le «antichità, belle arti e paesaggio», il secondo è «spettacolo e sport» e il terzo, completamente nuovo, «ricerca e innovazione». Da ognuno di questi dipendono le direzioni generali. E già si fanno i nomi: Mario Serio, che resta ai beni artistici e storici, Pio Baldi all'architettura e arte contemporanea, Roberto Cecchi ai beni architettonici e paesaggio, direzione quest'ultima, sostiene Urbani nonostante il dibattito sul condono, che «sancisce la rinnovata attenzione che il ministero deve porre alla difesa del paesaggio». I vincoli paesaggistici ora vengono affidati ad organi collegiali composti dai diversi soprintendenti competenti nel territorio. Il decreto inoltre ufficializza i diciassette soprintendenti regionali, ma con maggiori poteri rispetto alle previsioni. Da loro dipenderanno le soprintendenze locali (ma non i poli museali). E' prevista anche l'istituzione di uffici provinciali mentre l'intero personale del ministero dipenderà da un'unica direzione generale (risorse umane) del dipartimento innovazione. Da segnalare, nel dipartimento spettacolo, la nascita di una direzione per la musica che si aggiunge a quelle del teatro e del cinema. Questa è la riforma di cui Urbani è «orgoglioso». Ma non taglia i costi, non diminuisce il numero dei direttori generali.. E ora comincia il valzer delle nomine.
La riforma leggera dei beni culturali. I musei restano allo stato
Il ministro Giuliano Urbani ha annunciato una riforma del ministero per i beni culturali, che è stata discussa e contestata. La riforma è stata definita "soft" e non ha abolito i poli museali, che resteranno statali e non si privatizzeranno. I musei avranno più autonomia scientifica e amministrativa, e i soprintendenti non saranno più in grado di consegnare i musei ad amministrazioni locali e regionali. La riforma ha abolito il segretario generale e ha creato tre dipartimenti: antichità, belle arti e paesaggio, spettacolo e sport, e ricerca e innovazione. I dipartimenti dipenderanno dalle direzioni generali, e i nomi dei direttori generali sono già stati annunciati.
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