Ricordare un restauro a quarant'anni di distanza. Potrebbe essere una forzatura. Ma non la è. Perché il restauro di cui stiamo parlando appariva al limite dell'impossibile e non concerneva un dipinto, una scultura bensì un edificio sacro. Riguardava l'abbazia di San Nicolò a San Gemini. Si tratta di un prezioso edificio romanico, la cui costruzione si fa risalire agli inizi del Mille. Documenti datati tra il 1030 e il 1037 ne assistano l'esistenza. Abbazia importante, direttamente dipendente da quella di Farfa. Poi secoli di vicende storiche. Nel 1531 l'abbazia viene incorporata ai capitoli di San Pietro e San Gregorio a Spoleto; un sommario restauro nel 1650, quindi l'abbandono per secoli tanto che, nel 1930, don Gelindo Ceroni, sacerdote e storico, lamentava "lo squallore desolante dell'abbandono e della rovina". Attorno al 1950 il fatto nuovo. Alberto Violati, con i suoi figli, acquista il podere di San Nicolò. Dove si trova l'abbazia. Con spirito da vero mecenate ne ipotizza il recupero, magari il restauro. Ha scritto Gisberto Martelli, all'epoca soprintendente ai beni architettonici dell'Umbria che "le condizioni obiettive erano talmente scoraggianti che sembrava già una visione largamente ottimistica il sognare un consolidamento accorto delle murature superstiti". L'edificio, infatti, aveva il tetto crollato, la facciata inclinata verso l'esterno, il muro perimetrale della navata destra crollato, lesioni profonde in tutte le membrature murarie superstiti mentre l'interno era caratterizzato da rovi, erbacce, piante selvatiche che avevano aggredito anche le murature. La struttura, insomma, versava, in uno stato di totale abbandono. Eppure il restauro si compì malgrado la spoliazione, avvenuta legalmente nel 1936, del ricco portale, smontato e venduto ad un antiquario e giunto successivamente al Metropolitan museum di New York, dove tuttora si trova. Ed è stato sostituito da una copia in marmo eseguita dallo scultore Fernando Onori sulla base di una documentazione fotografica dell'originale. L'edificio fu comunque restaurato. Con il recupero dei capitelli delle colonne di varie fogge, alcuni forse provenienti dal sito romano di Carsulae, furono parzialmente salvati i restanti affreschi di Rogerio da Todi, fu ricollocata, nel campanile a vela, di epoca più tarda, la campana fusa nel 1314. Oggi l'abbazia di San Nicolò è tornata a vivere. Ecco perché il ricordo, dopo quaranta anni, voluto da Massimo e Leda Violati con le figlie Silvia e Cecilia. Con una iniziativa che si terrà, con inizio alle ore 17, il 9 giugno con la presenza di storici d'arte che parleranno della storia e delle vicende dell'edificio e con la celebrazione eucaristica, alle ore 18,30, presieduta dal vescovo diocesano mons. Vincenzo Paglia. Un ricordo, per un restauro "quasi impossibile".