Sono partiti da Palermo la sera di domenica 3 giugno a bordo di una Rolls Royce Silver Shadow del 77 e, dopo un passaggio sul traghetto che arriva a Napoli, con una breve sosta nella capitale, hanno attraversato in tre giorni di viaggio tutta la penisola italiana - 200 miglia marine e 800 chilometri - per giungere a Venezia in tempo per l'inaugurazione della cinquantaduesima edizione della Biennale. Spiritosi ed eccentrici, i protagonisti dell'autoproclamatosi «Padiglione Siciliano» intendono promuovere la ricerca artistica nazionale nella vetrina scintillante della Biennale. Sono Aleksandra Mir, artista interessata alle storie straordinarie di persone normali come ai grandi eventi collettivi osservati da una prospettiva individuale, trasferitasi a Palermo da New York un anno fa; il curatore palermitano Paolo Falcone, la collezionista romana Marion Franchetti e due giovani artisti, Luca De Gennaro e Salvatore Prestrfilippo. «Partecipante non invitato, ospite invitato alla pari degli altri», il Sicilian Pavillion si propone di raccontare la vivacità culturale di una regione che, nonostante la completa indifferenza delle istituzioni locali, poco sorprendente in un territorio governato dalla Casa delle libertà, continua a proliferare, sebbene priva del benché minimo supporto. Nonostante i ripetuti annunci ufficiali, infatti, a proposito dell'imminente apertura a Palermo di ben tre musei dedicati all'arte contemporanea - i comunali Cantieri della Zisa, il Guggenheim a Palazzo Sant'Elia, e Palazzo Belmonteriso presentato proprio alla scorsa edizione Biennale di Venezia - nulla è stato realizzato. E l'indifferenza delle amministrazioni siciliane verso l'importanza di questi progetti e la qualità delle opere acquisite per la collezione del Palazzo Belmonteriso, (da Carla Accardi a Paola Pivi, da Richard Long a Christian Boltanski), tutte prodotte in Sicilia e relegate chissà dove, è tanto più stupefacente in un contesto internazionale che mostra di aver ben compreso quanto il tramite museale e artistico sia veicolo di affermazione identitaria. «Non vogliamo entrare in polemica con le istituzioni - afferma Falcone - il nostro gesto intende invece mantenere la vitalità di progetti che possono fornire una immagine di crescita culturale e sociale alla nostra terra». E se il contenuto della performance è lampante, la sua forma non è meno evocativa: la Rolls Royce targata Palermo rappresenta magnificamente lo spirito decadente dei suoi abitanti, descritto nel Gattopardo da Tornasi di Lampedusa prima, e da Luchino Visconti poi. «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi», diceva il Principe di Salina e la leggendaria frase sembra ancora adatta a descrivere quello spirito di adattabilità e la parallela difficoltà di cambiamento che caratterizzano, anche oggi, le dinamiche proprie all'isola. Lasciati completamente soli dalle istituzioni che dovrebbero occuparsi del loro lavoro, dunque, i protagonisti del viaggio mettono in scena i meccanismi del sistema dell'arte semplicemente recitando il loro ruolo: così Falcone, in veste di curatore (e di autista), o Marion Franchetti in quello di collezionista; mentre Luca De Gennaro, classe 1979, appena diplomato all'Accademia Di Belle Arti di Palermo, utilizza il tatuaggio e i graffiti per creare il suo personaggio in progress, che in questa occasione veste i panni del fan ossessivo alla ricerca dell'art star per ribadire l'ansia di emergere che caratterizza sempre più prepotentemente il mestiere d'artista, costretto ad una veloce affermazione sul palcoscenico delle kermesse internazionali, tramite l'affiliazione alle gallerie più importanti. Salvatore PrestiFilippo invece, cresciuto alla scuola di Shobha e di Letizia Battaglia, fotografa la realtà come un etnografo, per studiare meticolosamente gli eventi e i personaggi che caratterizzano il mondo dell'arte, come si potrà vedere nel suo reportage sull'avventura del padiglione, seguibile a breve sul sito www.micromuseum.it