ROMA Giuliano Urbani, responsabile dei Beni e le attività culturali, è appena uscito dal Consiglio dei ministri e da uno scambio di vedute sul condono coi i collegi dell'Ambiente, dei Lavori Pubblici e soprattutto dell'Economia. Urbani è sempre stato ostile al «condoniamo». Lo ha definito «diseducativo al massimo grado» ricordando il proprio compito costituzionale di tutela del paesaggio. Ora assicura: «Ormai è evidentissimo l'orientamento verso una formula che non riguarderà gli abusi contro il paesaggio e i beni culturali in generale. Non si sta insomma lavorando a un'ipotesi di condono urbi et orbi, indifferenziato. Sarebbe stato pericoloso ed è stato scongiurato». Quindi niente «perdono edilizio culturale»? «Certi abusi restano abusi, soprattutto se clamorosi E i reati in materia restano reati, il codice non si cambia». Fin qui il condono. Ma ieri Urbani è riuscito a varare in Consiglio, dopo almeno un paio di rinvii, l'attesa riforma del suo dicastero. Si tratta di un cambiamento in apparenza formale ma che investe la sostanza organizzativa. Un esempio fra tutti, sicuramente essenziale: il nuovo Consiglio nazionale dei beni culturali assumerai poteri amministrativi quasi di una Corte d'appello interna al ministero che esaminerà i ricorsi contro i vincoli eliminando la consueta corsa ai Tribunali amministrativi regionali, competenti per territorio ma non certo in materia culturale, ambientale e paesaggistica. Se un cittadino ricorrerà contro un vincolo deciso da una Soprintendenza potrà contare su un secondo grado di giudizio da parte del ministero. Sparisce il ministero monolitico retto da un unico segretario generale inevitabilmente potentissìmo. Le direzioni generali risponderanno a tre nuovi Dipartimenti (in origine la riforma ne contemplava cinque, poi quattro e infine tre in omaggio a uno «snellimento» suggerito da Tremonti). Il primo Dipartimento si occuperà della tutela del Bel Paese. Coordinerà le direzioni generali del settore (archeologia, beni artistici e storici, beni architettonici e paesaggio, architettura e arte contemporanea, archivi, biblioteche e istituti culturali). Segue il Dipartimento per lo Spettacolo e lo Sport da cui dipenderanno la nuova direzione generale per la musica nonché quelle per il teatro e il cinema: vengono istituzionalizzate le competenze ministeriali in materia di vigilanza sportiva. Infine il Dipartimento per la Ricerca e l'Innovazione, considerato da Urbani il cuore della riforma perché dovrà «modernizzare un'amministrazione di grande tradizione e quindi specialistica»: qui confluiranno l'Istituto centrale per il catalogo, l'Istituto centrale per il restauro, l'Opificio delle pietre dure, l'Istituto per la storia dell'arte. Di fatto nasce un coordinamento tra queste prestigiose istituzioni culturali che Urbani intende «mettere al servizio del sistema Paese». Sempre a questo Dipartimento risponderanno il nuovo Ufficio servizi (destinato alla promozione dei nostri beni culturali) e la Direzione risorse umane. Alla riforma manca un capitolo molto atteso. I poli museali speciali (Roma, Venezia, Firenze e Napoli, più la soprintendenza archeologica di Roma) non cambieranno veste né nome. In poche parole Urbani ha accantonato l'idea di sostituirle con quelle Fondazioni che avrebbero ottenuto la titolarità della gestione e della valorizzazione dei principali musei italiani (dagli Uffizi a Capodimonte, per fare due esempi concreti) lasciando proprietà e tutela allo Stato. Nelle Fondazioni lo Stato stesso avrebbe condiviso il potere con Regioni, enti locali e soprattutto con i privati, visto che la novità sarebbe nata soprattutto per attirare finanziamenti non pubblici di cui il settore culturale ha estremo bisogno. Ma le polemiche degli ultimi tempi hanno avuto il loro peso. Salvatore Settis, docente di Storia dell'archeologia e direttore della Scuola normale di Pisa (uno dei tre esperti nominati dal ministro a gennaio nel nuovo Consiglio scientifico per la tutela) aveva parlato con una battuta di «mossa suicida» immaginando futuribili consigli di amministrazione di nomina politica, privi di competenze scientifiche però impegnati a decidere sulla sorte dei musei. L'ex ministro Antonio Paolucci; ora soprintendente regionale per i Beni culturali della Toscana e per il polo museale di Firenze, aveva definito la situazione «molto confusa». Urbani ha preferito evitare molte polemiche dopo quelle sulla «Patrimonio spa» quando si parlò di una possibile vendita di molti tesori culturali italiani. Urbani ammette con franchezza: «L'ipotesi aveva sollevato molta confusione quindi l'abbiamo scartata. L'esperimento dei poli museali quindi prosegue regolarmente». Altre novità. I Soprintendenti regionali hanno finalmente effettivi poteri (di fatto diventano direttori generali locali), nascono gli uffici provinciali per facilitare i rapporti tra amministrazione e cittadini, sui vincoli si pronunceranno organi collegiali composti dai diversi Soprintendenti competenti sul territorio. Urbani è orgoglioso della riforma: «Siamo il primo ministero che trasforma se stesso guardando al futuro e alla formazione continua delle future generazioni ma anche alla alfabetizzazione informatica delle vecchie. E poi, grazie a questo strumento, i cittadini avranno massima certezza dei loro diritti perché garantiremo trasparenza e una efficiente rapidità decisionale in materia di vincoli».