Il Quarto Stato si rimette in marcia. Il popolarissimo quadro di Pellizza da Volpedo, che raffigura uno sciopero di braccianti agricoli nella campagna alessandrina alla fine dell'800, ma è diventato un manifesto delle lotte dei lavoratori in tutto il mondo, sarà trasferito dal nuovo Museo dell'Ottocento di villa Belgioioso, dov'era stato collocato poco più di un anno fa, a Palazzo Reale. Per essere esposto, dalla fine di giugno, nella Sala delle Cariatidi, in un one painting show che nell'intenzione di Vittorio Sgarbi punta a rianimare l'estate culturale milanese resuscitando un'antica emozione. Quella provata dal pubblico nel 1953, quando nella superba sala dove un tempo ballavano gli austriaci di Maria Teresa e i francesi di Napoleone, ancora ferita dalle bombe della guerra, venne proposta, in perfetta e ammonitrice solitudine, un'altra formidabile icona dell'arte politica del '900, Guemica di Picasso. Ma l'ormai imminente trasloco deciso dall'assessore alla Cultura ha suscitato polemiche tra gli studiosi. In prima fila, tra i contestatori di Sgarbi, gli storici dell'arte che hanno lavorato alla costruzione del nuovo Museo dell'Ottocento. La polemica ha acceso un incontro che si è tenuto nei giorni scorsi nelle belle sale di via Palestra. Il Quarto Stato, sostengono, chiude idealmente il percorso dell'arte ottocentesca. Un percorso che parte dal neoclassicismo di Hayez e approda alla nuova arte nuova sia in senso formale sia nella scelta dei contenutidei pittori sociali di fine Ottocento. Perciò il quadro di Pellizza appartiene a quel museo. Che, oltretutto, sarebbe penalizzato dal trasloco della sua opera simbolo, quella di maggiore impatto sui visitatori. Senza contare, aggiungono, le difficoltà di trasporto. Il Quarto Stato è un quadro enorme (293 per 545 cm) e delicato. Per spostarlo, bisognerà addirittura smontare una porta. Con il rischio di rovinare il capolavoro. «Sarebbe un'incoscienza» protesta Alessandra Mortola Molfino, ex direttore centrale dell'assessorato alla Cultura. Replica Sgarbi: «Il Quarto Stato a mio giudizio, e a giudizio di molti, non è l'ultimo quadro della grande stagione dell'800 ma il primo del '900, che introduce alle avanguardie, come del resto riconoscevano gli stessi Futuristi. Infatti è già previstoe la decisione è stata presa quando io non ero ancora assessore che sia collocato in apertura del prossimo Museo del Novecento all'Arengario. E poi, diciamo la verità: a Villa Belgioioso, bel contenitore ma tutto da ripensare come concezione e allestimento, non andava a vederlo nessuno». L'occasione del trasloco è il centenario della morte di Giuseppe Pellizza, suicida a Volpedo il 14 giugno del 1907. A Volpedo, un piccolo borgo agricolo dell'Alessandrino, il pittore era nato nel 1868, figlio di contadini. E braccianti di Volpedo erano gli uomini e le donne in sciopero ritratti nel quadro, che ebbe una gestazione lunga e tormentata. Intorno al 1890 un Pellizza inquieto e insicuro riflette così sul senso del suo lavoro: «L'artista, se vuoi essere del suo tempo, non si può arrestare alla realtà semplicemente ma per mezzo di questa deve esprimere delle idee». Aggiunge: «Sento che non è più l'epoca dell'arte per 1'arte ma dell'arte per l'umanità». A Torino, dove ha studiato, ha assimilato le nuove idee socialiste, che traduce in un primo dipinto. Lo intitola Ambasciatori della fame, poi lo ribattezza Fiumana: «Intelligenti, forti, robusti, uniti, come fiumana i lavoratori s'avanzano e per legge ineluttabile vanno avvicinando i loro alti destini». Ma questo quadro, che arriverà poi alla Pinacoteca di Brera, non lo soddisfa, e lo lascerà incompiuto. Nel 1896 si rimette al lavoro. Inizia un altro quadro. Ci lavorerà per cinque anni, tra mille ripensamenti e aggiustamenti, documentati da una messe di bozzetti e disegni preparatori. Adotta una tecnica nuova, quella divisionista, che divide i colori e moltiplica l'effetto luminoso. Nuovo, per quell'epoca, è anche il soggetto, le lotte dei lavoratori. Classica, invece, è l'impostazione stilistica, che si rifà a modelli rinascimentali. Su tutti, il Raffaello delle Stanze Vaticane (andate a rivedere il cartone della Scuola di Atene all'Ambrosiana, e confrontate le figure in primo piano dei due dipinti). Il Quarto Stato (detto anche Cammino dei lavoratori) è finalmente pronto nel 1901. E l'anno successivo debutta in pubblico all'Esposizione di Torino. Con scarso successo. Disturba i benpensanti (è troppo politico), delude i rivoluzionari (non è abbastanza esplicito). Pellizza, turbato e depresso, scrive a un amico: «Non farò più grandi quadri per l'avvenire ma di limitata dimensione, e preferibilmente di paesaggio». Anche questa delusione, oltre alla perdita della moglie e del figlio, lo porterà al suicidio. Si impicca, a soli 39 anni, nella sua casa di Volpedo, dove il quadro è rimasto, snobbato dai critici, mai digerito dal grande pubblico, rifiutato dai più importanti circuiti espositivi. Sarà Milano a risarcirlo. Nel 1920, il Quarto Stato arriva in mostra alla Galleria Pesaro. Qui lo vedono e se ne innamorano un consigliere comunale socialista, Fausto Costa, e il direttore delle Civiche Raccolte, Guido Marangoni, che invitano la città a una pubblica sottoscrizione per acquistarlo. I milanesi rispondono con solerte generosità e l'anno dopo il dipinto fa il suo ingresso trionfale nella Sala della Balla del Castello Sforzesco. Nascosto nei depositi durante il fascismo, sarà poi trasferito in un altro spazio pubblico di prestigio la Sala Giunta di Palazzo Marino e più tardi spostato in troppe altre sedi. Fino a villa Belgioioso, che i curatori si auguravano fosse quella definitiva. Ma non avevano fatto i conti con Sgarbi.