Di colui che vide nelle profondità di misteri sconosciuti voglio raccontare a tutto il mondo». È l'inizio del più antico racconto scritto arrivato ai giorni nostri. Si tratta dell'epopea di Gil-gamesh, rinvenuta a Ninive tra le rovine della biblioteca del re degli Assiri in 11 tavolette del 6oo avanti Cristo (una dodicesima venne ritrovata in un altro sito archeologico) e risalente al 2500 a.C. circa. Si tratta, secondo gli esperti, di circa il 75 di un testo complessivo di i8mila parole. Ai giorni nostri equivale a un documento di testo per il computer di circa 120 ki-lobytes, cioè 20 volte più "piccolo" di una foto digitale scattata con un normale telefono cellulare. Un frammento di memoria quasi insignificante, se comparato poi alla quotidiana produzione di dati nel mondo. Ma estremamente longevo. Secondo uno studio realizzato dalla società di analisi di mercato Idc, nel 2006 sono stati prodotti, replicati o catturati 161 miliardi di gigabytes: 161 miliardi di miliardi di cifre binarie, cioè gli uni e gli zeri che compongono l'alfabeto del computer. Nel 2010 questa cifra annuale, secondo Idc, crescerà di sei volte, sino a 988 miliardi di gigabytes. Il 70 di questo oceano di dati sarà creato da individui, il 30 sarà il prodotto di conversazioni e scambi di dati tra macchine, indipendentemente dalla volontà umana. La memoria odierna è diventata sempre più digitale: tali sono i contenuti della rete, i dati archiviati nei computer, le foto scattate dalle moderne fotocamere, i video ripresi dalle cineprese digitali, le conversazioni trasmesse sulle reti Gsm e Umts, le transazioni economiche, i documenti prodotti e scambiati dalle aziende. Ma chi si prende cura e conserva questi dati? È un mercato estremamente complesso e frammentato. I cui bisogni sono appena intercettati dall'offerta. Secondo una ricerca condotta dalla società di analisi Gartner dello scorso gennaio, il 43 delle piccole e medie imprese americane ha intenzione di affidare la copia di sicurezza (backup) dei suoi dati a una società esterna specializzata. «È una cosa buonaspiega Adam Couture, capo analista di Gartnerperché il 59 delle aziende effettua solo backup locali che, in caso di incendio o di altri accidenti, verrebbero completamente persi». Invece il 69 degli utenti privati, secondo un'altra ricerca condotta da Idc, non effettua alcuna copia di sicurezza. Secondo Douglas Chandler, a capo delle ricerche del settore per Idc, «gli utenti privati stanno generando sempre più dati in formato digitale, le loro vite e soprattutto le loro memorie stanno diventando dei bit. Che rischiano di essere persi». Ogni giorno su internet compaiono più di due diari in rete o blog al secondo. E nei più di 50 milioni di blog oggi esistenti, vengono scritte i,6 milioni di nuove pagine al giorno da altrettanti navigatori. Ogni giorno, un fiume in piena di memoria elettronica. Il mercato dell'archiviazione dei dati o Storage, la "memoria" della nostra società, è diviso in due segmenti: archiviazione digitale su nastro e su disco. Quest'ultimo vale oggi 26,89 miliardi di dollari. Al 21 è di Ibm, seguita da Hewlett Packard (20,7) ed Emc (15,1). Insieme controllano più del 50 dei sistemi di archiviazione su disco per le aziende, che comprendono anche buonaparte dei sistemi di archiviazione digitale indirettamente utilizzati dai consumatori. Cioè, dagli hard disk dei computer sino a quelli dei grandi sistemi di archiviazione in rete per la posta elettronica come Hotmail o Google Mail. Solo il business dell'archiviazione delle email, una pratica obbligatoria a certe condizioni per le aziende, valeva 416 milioni di dollari nel 2006 e ne varrà circa un miliardo nel 2010. Nelle email, il cui numero complessivo è superiore ai 60 miliardi giornalieri, sono contenute l'8oo delle informazioni della maggioranza delle aziende. Vengono scambiate tra manager e dirigenti, rimangono archiviate in maniera precaria su server, Pc, telefoni smart-phone, chiavette di memoria Usb. Secondo un'analisi condotta dall'università di Stanford, chi lavora a diretto contatto con le informazioni digitali, i cosiddetti "lavoratori della conoscenza", spende 14,5 ore la settimana leggendo e rispondendo alle email, 13,3 ore creando nuovi documenti digitali, 9,6 cercando delle informazioni tra documenti digitali precedentemente creati e solo 9,5 ore analizzando le informazioni che ha a disposizione. Eppure, oltre ai colossi come Ibm, Hp e Emc (e ai grandi produttori di supporti fisici per la memoria digitale come Hitachi Datasystems, Fujitsu, StorageTek e altri), esistono società praticamente sconosciute ai più che ogni giorno si preoccupano di conservare per i propri clienti miliardi di informazioni. Lo scorso maggio Iron Mountain, la principale società americana e al mondo di conservazione di dati e informazioni, ha acquistato la Società Italiana Archivi. Iron Mountain, con un fatturato di 2,35 miliardi di dollari, è uno dei colossi sconosciuti al grande pubblico nella conservazione della memoria digitale e non. Nata nel 1951 a 200 chilome-tri da New York, prende il nome da una miniera di ferro abbandonata comprata nel 1936 da Herman Knaust per adibirla a coltivale funghi. Quando, nel dopoguerra, il mercato dei funghi cominciò a declinare, Knaust (che nel frattempo si era impegnato a favorire l'inserimento negli Usa di molti immigrati ebrei sfuggiti alle persecuzioni naziste e privi di qualunque documento) vide nella Guerra fredda e nella Cortina di ferro la storia ripetersi. E decise di avviare l'attività di conservazione documentale della sua nuova società, Iron Mountain, prima occupandosi di documenti cartacei e poi, dagli anni 80, di quelli in formato digitale. «Noi siamo dice Réne van Eijkelenburg, responsabile europeo dell'azienda i primi al mondo in questo mercato che potenzialmente oggi vale decine di miliardi di dollari. Ma è un mercato ancora da scoprire, perché molte aziende e molti privati ancora non hanno nemmeno cominciato ad avere cura dei loro documenti digitali, del loro ciclo di vita che comprende la conservazione secondo gli obblighi legali e poi anche la distruzione certa e inequivocabile». Oggi circa il 20-30 dei dati digitali prodotti nel mondo sono sottoposti a salvaguardia legale (con obblighi di archiviazione o gestione). I formati nei quali vengono archiviati, sia per le aziende che per i privati, sono a rischio di obsolescenza con cicli di vita di dieci anni e vengono registrati su supporti che spesso non durano più di 2-5 anni. La memoria di Gilgamesh è sopravvissuta per ventisei secoli su frammenti di tavolette incise. Quella di oggi, che comprende documenti ma anche foto, video, lettere digitali, probabilmente non durerà più di 50 anni. In molti casi scompare irrimediabilmente pochi mesi dopo essere stata creata. Non è un mistero. anlonio.dinigmail.com
il Sole 24 Ore
6 Giugno 2007
Quei colossi dalla memoria lunga
AN
Antonio Dini
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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