Dalle chiese copte in Egitto ai luoghi di Agostino in Nordafrica fino a Cipro e allo Yemen: un dossier lancia l'allarme Drastici sono i toni del peraltro consueto grido d'allarme lanciato dall'Unesco di Parigi sullo stato del patrimonio archeologico e artistico del pianeta. Si viene a sapere che la situazione dei monumenti non è meno drammatica di quella dei grandi habitat naturali; e che essi sono sacrificati alle spietate logiche economiche del turismo, della produzione industriale, dell'estrazione di materie prime e, non ultimo, ai lucrosi proventi dell'archeologia-spettacolo, fonte di business per chi la pratica, ma causa costante di logorio e sfruttamento di vestigia millenarie. E' questa una denuncia tanto più coraggiosa, se si tiene conto che proprio coloro che intendono la scoperta archeologica come veicolo di propaganda e guadagno, utilizzando a tal scopo tecniche raffinate di pubblicità e scenografie hollywoodiane, sono poi, incuranti della contraddizione che esprimono, i principali sostenitori di una ricerca scientificamente rigorosa e degli organi, che possono metterla in atto (ad iniziare dallo stesso Unesco); e che certi Paesi - come l'Egitto - esigono scavi e restauri impeccabili ma poi promuovono lo sfruttamento mediatico dei propri monumenti per meri fini turistici (o - ancora peggio - per facilitare carriere e guadagni di singoli). Puntuale e dettagliata è anche l'accusa a quei governi che in nome delle scellerate logiche belliche e di una (quanto volutamente?) distorta interpretazione di testi religiosi distruggono il patrimonio artistico e archeologico: si va dai Talebani, colpevoli di aver fatto saltare nel marzo del 2001 le due statue di Buddha a Bamyan (Afghanistan) alle Amministrazioni americana e polacca, che hanno permesso ai propri eserciti in Iraq di accamparsi (con tank e materiali ad alto potenziale disgregante) sui delicati resti dell'antico sito di Babilonia. Il dossier dedica un'ampia attenzione ai monumenti religiosi: gli studiosi in seno all'Unesco hanno rilevato come in troppe nazioni con una marcata maggioranza religiosa vengano trascurati i simboli e gli edifici di altre confessioni; e come simili Paesi siano quasi esclusivamente quelli a maggioranza islamica: in essi monasteri e chiese cristiane, sinagoghe e templi di fedi orientali beneficiano di un'attenzione più ridotta e di un restauro meno accurato. E' questa una lista lunga, che inizia proprio dall'Egitto, dove pure una recente legge dovrebbe agevolare la salvaguardia di edifici cristiani ed ebraici; di fatto le lungaggini burocratiche, imposte volontariamente dalle amministrazioni locali, tutte islamiche, rallentano e minano lo stato dei monumenti non legati alla religione del Corano: la chiesa "sospesa" (muhallaqa), nel cuore del Cairo copto, e la attigua sinagoga di Ben Ezra (la genizah cairota) stanno deteriorandosi tra l'incuria delle autorità archeologiche; così come insufficienti appaiono le misure adottate dalla Sovrintendenza di Alessandria per sottrarre il vicino monastero di San Menas (una Lourdes dell'Egitto protocristiano) dall'azione deleteria ed inesorabile della falda acquifera. Non migliore è la situazione in Nubia, regione tra l'Egitto e il Sudan a maggioranza cristiana prima dell'arrivo dell'islam nel VII secolo (era l'antica Makuria, direttamente discendente dai re kushiti prima ellenizzati e poi cristianizzati): qui da menzionare la basilica di Qasr Ibrim e il monastero di San Simeone, giacenti sulle rive del lago Nasser in uno stato di abbandono. Peggiore se possibile la situazione nella parte di Cipro amministrata dal governo turco: chiese e basiliche bizantine - si legge nel documento - sono usate come stalle e discariche; monasteri trasformati in caserme senza alcun riguardo per affreschi o icone millenarie, che pian piano si disgregano nella loro bellezza cromatica. Allo stesso modo sempre in Turchia sono stati interrotti gli scavi regolari a Harran, sito con un antico santuario semita dedicato alla dea Luna Sin e citato nella Bibbia, come luogo di residenza di Terah, padre di Abramo: oggi invasive operazioni archeologiche clandestine sconvolgono delicati strati del 1500 a. C. Grave è anche la situazione a Cana (Libano del sud), dove nella grotta, che simbolicamente ricorda il miracolo delle nozze, periodicamente si nascondono guerriglieri hezbollah armati sino ai denti. A rischio anche i siti agostiniani del Nord Africa: particolarmente trascurate le vestigia medievali di Suk Ahras (l'antica Tagaste, dove ebbe i natali il Santo). Capitolo a sé è quello riservato ai Paesi del Golfo, dove le chiese moderne sono fatiscenti e le rare, antiche testimonianze di fede cristiana (come nello Yemen, a Sana'a) soffrono di restauri lenti e macchinosi. Dopo accuse precise e circostanziate il documento vuole tuttavia concludersi con una speranza: si enumerano i numerosi restauri riusciti su edifici ora pienamente recuperati; tra di loro la città di Dubrovnik (Croazia), i templi di Angkor (Cambogia) e il duomo di Colonia (Germania), tutti duramente colpiti da eventi bellici.