Il Velodromo dell'Eur verrà abbattuto. Per poi essere ricostruito secondo le vecchie linee architettoniche per ospitare una «città dell'acqua», con ben cinque piscine. Una scelta che fa inorridire lo storico dell'architettura Giorgio Muratore. La struttura dell'Eur, 55.500 metri quadri per 17.760 posti, disegnata nel 1958 per le Olimpiadi del 1960 dai progettisti Ligini, Ortensi e Ricci, ha una storia travagliata. «Fu concessa dall'Ente Eur al Coni per 15 anni insieme al Palasport e alla Piscina delle Rose - ricorda Raffaele Ranucci, che guida l'Eur Spa - ma allo scadere dell'accordo ci si accorse che le fondamenta erano precarie. Le avevano scavate su pali di quindici metri, il massimo per l'epoca mentre oggi si scende fino agli ottanta. E il velodromo cominciò a sprofondare. Il vecchio Ente Eur fece causa al Coni. Nel 2001 si è giunti a un accordo di transazione con cui il Coni si è impegnato a garantirci un risarcimento». La paralisi giudiziaria ha però ridotto il velodromo a uno stato di semiabbandono, nessun ciclista è entrato nella struttura per decenni. Anche perché erano cambiate le regole e la pista non possedeva più i requisiti richiesti dalle norme della federazione ciclistica. «Ristrutturarlo e renderlo compatibile costerebbe troppo - ammette Ranucci -per questo abbiamo deciso di procedere alla demolizione per poi bandire un concorso internazionale di architettura per la realizzazione della nuova struttura (sul sito dell'Ente Eur si trova un altro progetto) è la prima ipotesi a cui abbiamo pensato. Prevedeva la costruzione di un impianto multifunzionale che avrebbe ospitato manifestazioni culturali, attività sportive indoor e una struttura commerciale. Poi abbiamo visto che quelli già realizzati a Parigi ed Amsterdam non se la passavano bene. Si erano riciclati come centri congressi, ospitavano concerti e riunioni, addirittura un circo. In somma si rischiava di creare un altro polo fieristico romano, accanto al nuovo centro congressi disegnato da Massimiliano Fuksas, per di più con un grande esborso finanziario. I diciassettemila posti delle tribune sarebbero andati bene per ospitare concerti. Ma a neanche un chilometro avevamo il Palasport». Così i funzionari dell'Eur Spa hanno ripreso a girare il mondo, per poi rendersi conto che «Parigi, Sydney e altre due città nel mondo ospitano degli "acqua centre". Nella capitale francese esiste infatti una vera cittadella del nuoto, con piscine per le attività agonistiche, dilettantistiche e per le terapie riabilitative. Una parte della struttura ha sempre ospitato delle attività sportive per disabili. Continueranno». Il nuovo Velodromo, su modello parigino, ospiterebbe un grande centro di terapie acquatiche riabilitative con cinque piscine, anche una olimpionica, palestre, un centro benessere ed una foresteria. L'Ente Eur, che ha previsto di sborsare per l'opera 70, 80 milioni di euro senza ricorrere al project financing già utilizzato per il Centro Congressi Italia e per il PalaLottomatica, ha cercato di coinvolgere il Campidoglio offrendo spazi per manifestazioni culturali, una biblioteca ed una ludoteca. L'assessore all'Urbanistica Roberto Morassut sembra interessato. E adesso l'Eur Spa punta a stilare un accordo di programma con la Regione, così da portare alla luce la nuova opera nel 2006. Un progetto ambizioso, che lascia amareggiato Giorgio Muratore, docente di Storia dell'Architettura a Roma Tre: «Siamo alle solite. Si butta giù tutto salvando solo le facciate, oppure ricostruendole. È l'effetto Ambra Jovinelli, spero non si ripeta con gli ex Mercati Generali all'Ostiense. Si fa finta di non vedere la qualità dell'architettura di cui si parla a ogni piè sospinto. Anche se la pista è ormai distrutta, il velodromo rispecchia il clima degli anni '60, quando l'architettura era buona». Muratore bolla la ricostruzione come «una foglia di fico senza qualità culturale. Sapevo che l'Eur Spa nominò anche una commissione per valutare il da farsi. Spero che tra questi consulenti non ci siano degli architetti romani. Certo gli affari sono affari, ma vorrei sapere cosa ne pensano il ministro Urbani, la Direzione per l'Architettura del suo ministero e l'ordine degli architetti. Anche perché è un'operazione fuori dal tempo. Con la legge attuale, che tutela gli edifici con più di 50 anni, dal 2010 il velodromo sarebbe vincolato, ma Urbani ha proposto il vincolo anche per opere più recenti». Ranucci ribatte a Muratore: «La copertura ad anello è l'unico elemento di un qualche valore architettonico. La salveremo. Ma nella pista abbandonata sono cresciuti anche degli alberi di fico. E le tribune sono sprofondate».