La ricognizione dei fondali fa seguito al ritrovamento di due anfore del IV-V secolo avanti Cristo, avvenuto alcuni mesi fa PORTOFINO. Il relitto sui fondali di Portofino con anfore risalenti al periodo tra il IV e V secolo avanti Cristo sembra essere una realtà: è quanto ritengono i ricercatori del ministero per i Beni e le Attività Culturali con l'area marina protetta di Portofino e la Soprintendenza ai Beni Archeologici, che ieri mattina hanno effettuato una ricognizione con il cacciamine Alghero, messo a disposizione dalla Marina militare, al largo del Faro. Il ritrovamento di due anfore da parte dei carabinieri subacquei risalare al gennaio scorso: i contenitori venuti alla luce, di non grandi dimensioni, erano utilizzati per conservare il vino provenienti da Marsiglia, colonia fondata dai Greci nel sesto secolo avanti Cristo. Fino alla scoperta delle due anfore non si aveva notizia del fatto che i marsigliesi si fossero spinti fino al Levante. Il ritrovamento ha ovviamente fatto immaginare l'esistenza di un relitto, che si troverebbe a 95 metri di profondità. Il sopralluogo è durato per tutta la giornata e ha suscitato parecchia curiosità in paese. Dice il sindaco Giorgio Devoto: «I vecchi portofinesi hanno sempre parlato dell'esistenza di un relitto, i pescatori da tempo immemorabile raccontano di un galeone romano fuori dal Faro. Speriamo proprio che queste ultime ricerche lo riportino alla luce e che trovino un vero e proprio tesoro da sottoporre poi all'attenzione dei turisti e dei visitatori del borgo, almeno attraverso una mostra. Sarebbe un modo concreto ed efficace per dire che Portofino è anche cultura e non solo bellezza del paesaggio e meta prediletta dei vip e dei turisti provenienti da ogni parte del mondo». La ricerca è stata effettuata con il sonar, che quando incontra un ostacolo rimanda un segnale disegnando praticamente il corpo dell'oggetto ritrovato. L'archeologia dei fondali nella baia e nel porto di Portofino sono al centro dell'attenzione di un pool di esperti da almeno cinque anni: la ricerca in atto fa parte di una serie di progetti finanziati dal ministero dell'Ambiente. Ad occuparsene dagli esordi l'archeologo della Soprintendenza, Giampiero Martino: la ricognizione avviene su un'area di 12 chilometri circa, dalla punta del promontorio a Punta Pedale.