Don Gianni Todescato e la chiesa di piazza Navona: cosi ho trovato i soldi Quasi mai, padre Gianni Todescato, chiude il suo balcone di casa al primo piano. A quell'altezza, in piazza Navona, l'ego del Bernini riempie tranquillo il soggiorno e pare di sfiorare la manona del «Rio de la Piata». «Tutto il mondo scorre qua sotto...» dice don Gianni, immergendosi allegro nelle personificazioni barocco-fluviali. Sul rettore di Sant'Agnese, la chiesa borrominiana che, con le sue concavità penitenziali, dicono facesse inorridire l'autore della Fontana dei Fiumi, circola una battuta: «gran brav'uomo quel laico di don Gianni». La sua intelligenza aperta ha conquistato molti. Vicentino, padre Todescato, non lo è quasi più, se non per l'accento: «Quarantatrè anni che son qui. Mi ho sempre avuo la pasion del Barocco...» dice riempiendo di caffè la moka, mentre l'obelisco domiziano fa capolino dal salotto. Quando arrivò a Sant'Agnese, nel 2004, dopo quarantuno anni di periferia benestante e inaccessibile su via Cassia (Santa Chiara in piazza dei giochi Delfici: più che una parrocchia, uno dei salotti buoni della città con ex ministri, manager della tivù di stato, imprenditori puntuali all'omelia domenicale) la sfida virtuosa tra i geni del Seicento in Sant'Agnese, era parecchio malmessa. Tra cumuli di polvere, pavimenti dissestati e vetrate in pezzi, la chiesa barocca era irriconoscibile. «I fondi giubilari erano bastati appena per la facciata. Tutto il resto, cupola e interni, era rimasto fuori» racconta il rettore. (Sant'Agnese in Agone è stata cappella privata della famiglia Doria Pamphili, da Innocenzo X, Giovanni Battista Pamphili, che incaricò Borromini della sua progettazione, fino alla seconda Repubblica degli anni Novanta. Ora è proprietà del vicariato). Nel vedere quel ben di Dio in rovina, padre Todescato, ebbe un principio di scoraggiamento: «I marmi erano neri come l'interno di un camino. Trovammo quadri del Seicento bucati e con le cornici rotte. Uno dei confessionali, all'entrata, era in terra, smontato. Gli inginocchiatoi originali del Borromini erano sepolti sotto strati di polvere. C'era stato anche qualche furto. L'organo non suonava da decenni. Le campane erano lerce». Un momento di debolezza che poi scacciò come un nemico. Ma allora che fare? Lamentarsi? Avviare lentissime procedure di richiesta fondi (quali?) per interventi? Supplicare? Niente di tutto ciò. Il rettore vide, riflette e decise: «Parlai con le Belle Arti. E poi cercai i soldi». La sua reputazione, l'amore per il Barocco e il suo «ex gregge» di Santa Chiara, fecero il resto. Don Gianni attraversa orgoglioso la sacrestia, apre ad una ad una le porte in massello tornate lucide come un tempo, indica un tondo bellissimo alla parete. Un vecchio e un angelo, vicinissimi. Che soggetto è padre? «Eh benedetti figlioli, fate funzionare la memoria! È un Sacrificio di Isacco del Seicento. Scuola italiana. La tela era bucata, l'abbiamo risistemata». Il rettore percorre la navata centrale. Indica il rosone centrale della cupola: «La vetrata era rotta. C'erano frammenti di mosaico per terra negli angoli. Vedete quella specie di lastra nera invece? Quello è un tassello non ripulito. La volta era tutta così. L'ho lasciato apposta...». Che don Gianni abbia voluto attribuire un colore a certa indifferenza istituzionale e cittadina verso i monumenti? A fine ottobre 2006, lui stesso diede vita a un comitato per la difesa di piazza Navona. Oggi dice: «All'inizio ho aiutato. Ma ora mi chiamo fuori. Un parroco non deve influire, non deve mettersi a fare politica. Certo mi dispiace vedere la piazza in queste condizioni...» (l'abusivismo resiste, c'è un nuovo monopolio rom delle elemosine e, da un paio di mesi sono approdati anche i Punkabbestia con i cani). Il «suo» restauro, racconta don Gianni, è stato un piccolo prodigio: «Alcuni hanno accettato di mettere dei soldi solo per amicizia. Il marito della Carlucci, un imprenditore, non ha voluto nemmeno comparire. Con i suoi soldi abbiamo restaurato le quattro campane della chiesa, forse le più antiche in città». L'architetto Paolo Portoghesi ha fatto avanti e indietro per mesi dando suggerimenti, supporto, consigli. «Non lo conoscevo: è nata un'amicizia» dice il rettore. Per amicizia (ma forse anche per i vantaggi fiscali che i lavori di restauro permettono) due banche hanno versato il loro contributo alla ripulitura di cupola e interni. La Cassa di Risparmio di Rieti e Capitalia. Attraverso i suoi fedeli di un tempo, padre Todescato, è riuscito a ottenere anche un finanziamento del Rotary Club. Miracolo della passione barocca di don Gianni: Sant'Agnese ha di nuovo la sua dignità. Una comitiva di turisti ha qualcosa da ammirare: la Santa Francesca Romana accolta dalla Trinità di Francesco Cozza. Era al buio e senza cornice. Ora è al suo posto nella cappella. Don Gianni sorride e si allontana. A proposito: domani è prevista l'inaugurazione ufficiale del restauro di Sant'Agnese. Con il ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli, il presidente della Regione Piero Marrazzo e altre autorità.
Roma. Io, Sant'Agnese e il restauro autarchico
Don Gianni Todescato, rettore di Sant'Agnese in Agone, ha deciso di restaurare la chiesa barocca dopo averla trovata in rovina. La chiesa, che era stata trascurata per anni, aveva marmi neri, quadri del Seicento bucati, confessionali in terra e inginocchiatoi sepolti sotto strati di polvere. Don Gianni ha parlato con le Belle Arti e cercato di ottenere fondi per il restauro. La sua reputazione e l'amore per il Barocco hanno aiutato a raccogliere fondi da diverse fonti, tra cui la Cassa di Risparmio di Rieti e Capitalia. Il restauro è stato un piccolo prodigio e ha restituito alla chiesa la sua dignità.
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