Tendoni e pensiline tolgono spazio ai pedoni e mettono in difficoltà i disabili -------------------------------------------------------------------------------- Come per magia, piccoli locali che prima potevano permettersi di servire appena due persone alla volta improvvisamente ampliano il locale servendo i clienti sotto gli ombrelloni allaperto. Di questi zatteroni ormai se ne vedono ovunque. Sono alla stazione centrale, nel centro storico e nella parte moderna e signorile della città. Tutte le strade ormai ne sono piene. Caposcuola di questa moda è forse lantica focacceria di fronte alla chiesa di San Francesco dAssisi. Un locale famoso. Celebre per i suoi panini alla milza, a poco a poco ha finito col lottizzare con i propri tendoni, sedie, tavolini e fioriere tutta la piazzetta medioevale antistante la chiesa. La piazzetta dove una volta i pellegrini sostavano prima di andare a venerare il santo di Assisi. Tavolini e ombrelloni che si stanno prendendo pure cura, occultandoli, dei due abbeveratoi settecenteschi. Se questa è la situazione che si presenta davanti a chi si trova ad attraversare il centro storico, per chi si avventura nella parte più moderna della città le cose non cambiano. Qui i tendoni di plastica e i gazebo di legno o di alluminio, oltre che delle piazze, si sono impadronite anche dei marciapiedi. Come funghi, sono spuntati ovunque. Hanno forme e fogge tra le più disparate. Con i bar del centro storico hanno una sola cosa in comune: tolgono spazio ai pedoni, limitano la visibilità, ostacolano la passeggiata specialmente agli anziani, agli ipovedenti, ai disabili in carrozzina. Vista linvadenza con la quale occupano le strade, si stenta pure a credere che abbiano tutte le carte in regola rispetto alle rigide regole europee in materia di ristoro allaperto. Norme che cercano di mettere al riparo gli avventori dallinquinamento ambientale o da quello alimentare, causato principalmente dal traffico veicolare col suo carico di polveri sottili e gas di scarico che possono essere ingeriti con la pizza o mandati giù con laperitivo. Alcuni gazebo si limitano a occupare il marciapiede, lasciando appena uno stretto budello per fare passare il pedone. Altri, sfidando problemi di ingegneria civile antisismica, hanno travi robuste che si spingono fin sotto la strada, oltre al marciapiede, fin sulle zone blu riservate alle auto. Alcuni poi non solo restringono il marciapiede creando una serie di difficoltà alla libera circolazione pedonale, ma anche la carreggiata stradale, costringendo autobus, ambulanze, pompieri e forze dellordine a procedere in fila indiana, come si può vedere ogni giorno in piazza Croci o nelle stradine che costeggiano tutta via Libertà. Gazebo che nulla hanno a che vedere con i famosi caffè letterari di una volta. Luoghi di ritrovo e di vivaci discussioni tra artisti e letterati. Come il famoso "Caffè Michelangiolo" di Firenze, dove nellOttocento i Macchiaioli toscani Signorini, Fattori e Lega davano vita al neo-movimento artistico. Non vanno nemmeno accostati ai mitici e ormai scomparsi bar storici di Palermo. Bar accoglienti, progettati e arredati raffinatamente anche da architetti di fama. Vale la pena ricordare gli ormai scomparsi bar Lincoln, Stella americana, Vigliena, il Caffè Oreto, il Caffè Trinacria disegnato addirittura da Giovan Battista Filippo Basile. Come scomparse sono pure le celeberrime pasticcerie svizzere Caflisch e Rageth Koch, o limmensa Birreria Italia di via Cavour, il Roney o lExtrabar di via Libertà. Tutti locali chiusi e fagocitati da una città che ha deciso di implodere in un provincialismo di cui i gazebo sono ormai il "manifesto". Complice forse una Soprintendenza che nel tempo non ha tutelato bar e locali storici di Palermo, infine assorbiti dalle multinazionali del gioco e degli affari. Bar che, anche se mettevano qualche tavolino allaperto, per strada, sui marciapiedi, lo facevano con discrezione, con decoro, dando anche al passante la stessa sensazione di eleganza vissuta da chi stava seduto dentro. Adesso tutto sembra fare brodo. Nessuno sembra curarsi più della "forma" né dell"estetica". A Palermo sono sufficienti quattro assi di legno, quattro tubi dalluminio e una cerata, due tavolini in vetroresina, un paio di abeti nani usati per occultare alla vista le auto e le moto, un versamento di un paio di euro allAnnona, e si possiede il marciapiede. Con buona pace dei gestori, che così aumentano i loro spazi, del Comune che fa cassa anche con i marciapiedi, del pubblico che non si scandalizza prendendo un caffè tra auto e cassonetti che, stracolmi di spazzatura, aspettano fino a mezzanotte lultimo autocompattatore per Bellolampo.