Il vecchio teatro di via Castrofilippo - mi assicura Bavera invitandomi a visitarlo - sta per rinascere. E stavolta non solo in un senso metaforico. Grazie a un progetto elaborato dall' architetto Giuseppe Marsala e finanziato dall' Unione europea, l' esausto Garibaldi potrà finalmente sanare le sue gloriose ferite. Lo farà in circa un anno di lavori, previsti fino al giugno 2008. Nel frattempo il teatro non sarà solo un cantiere edile, ma continuerà a fungere da laboratorio per vari progetti culturali. è prevista la realizzazione di un film, diretto da Raul Ruiz, un libro e una mostra fotografica. Ma anche tanto teatro. Mentre oltrepasso finalmente il limes del Garibaldi, sento provenire dal fondo delle voci che si esercitano alla ricerca di una segreta sonorità: sono quelle di Giuseppe Massa e Simona Malato che stanno preparando due spettacoli, uno su due disoccupati che attendono beckettianamente un lavoro-Godot che non arriva mai, e uno su Sacco e Vanzetti (ancora il tema della giustizia). Ma soprattutto si annuncia la produzione di un "Filottete" di Sofocle che debutterà a Taormina. Chi conosce la leggenda del Garibaldi ricorderà che proprio la tragedia dell' eroe patiens et putens, l' arciere infallibile la cui ferita putrescente ha condannato all' emarginazione nell' isola di Lemno, era all' origine della prima visionaria intuizione di Carlo Cecchi. Un luogo straziato e malsano, in un quartiere abbandonato e vilipeso di una città massacrata, in cui celebrare la verissima messa in scena di una resurrezione, di una palingenesi. Brandelli di muri - a dirla con Ungaretti - che gridano un dolore antico e diuturno. Nel tempo il Garibaldi ha dovuto sopportare altre mutilazioni, altre offese, un lento degrado: il piccolo giardino laterale è stato ridimensionato da un contestato esproprio, l' arcata celebrativa delle vittorie dell' eroe dei due mondi (anche lui ferito a un piede come il Filottete) pressoché illeggibile, un vetro rotto da petardi festaioli. Ma ora un bel soffitto ligneo lo preserva dalle intemperie. E soprattutto una nuova prospettiva, non illusoria come una quinta da palcoscenico oleografico, lo fa rifulgere di speranza. Non più un teatro clochard, dunque, ma un teatro adattabile, pur senza particolari accorgimenti tecnologici, e ribaltabile, in cui il pubblico può invadere lo spazio scenico e viceversa, in cui è possibile ogni rovesciamento del senso. Un luogo molteplice della post-modernità in cui si riassume contemporaneamente il teatro greco e quello elisabettiano, quello della commedia dell' arte e quello d' avanguardia. Una dimensione aperta che, come il Globe scespiriano, contenga tutto il mondo. Ancora quindi un' officina in cui mettere in discussione il teatro stesso, nel suo farsi, problematizzandolo e reinventandolo. A partire ancora da Filottete, nella versione di Vincenzo Pirrotta, cioè in una forma contaminata col "cunto", col teatro dei pupi, con gli echi omerici di Cuticchio, in una Lemno glaciale eletta a simbolo di una raggelante solitudine. Il dramma dell' abbandono e del martirio del figlio di Peante, erede dell' arco fatidico di Eracle, coincide con la storia di questo teatro cadente e spettrale e con quella di una città dalle cancrene mai risanate. Nel Garibaldi vuoto, senza le sue temibili gradinate di Procuste, con le orbite dei palchi ischeletriti che si spalancano tutt' intorno, tra le pareti dirute e le superfetazioni cementizie, si avverte una nuova esigenza che non rinnega il passato ma esprime piuttosto il senso di un diverso presente. è una necessità di concentrazione, di silenzio, di ripiegamento in se stesso per meglio estroflettersi verso la città. è proprio la tensione dell' arco, la sua forza potenziale, racchiusa, pronta a scattare. Se si è capaci di tendere la corda, beninteso. Se l' arco di Filottete sa trasformarsi in quello del suo deuteragonista Odisseo. Se un tempo il Garibaldi fu l' orecchio di Dionigi e la cassa di risonanza di una piazza Magione che non aveva voce per far sentire alla città il suo disagio, il suo morire, il suo marcire, la sua agonia sofoclea, oggi che qualche timido restauro va compiendosi ai margini di un prato presidiato dal palladio kitsch di Padre Pio, è tempo che il teatro vibri in sé, sia arco e arpa, pur mantenendo l' interrelazione con l' esterno, con il gran corpo ancora ammorbato di Palermo.