Metti l'ultimo dipinto eseguito da Caravaggio a Napoli, uno dei più bei palazzi della città e una delle sue vedute più lucide e canoniche, eseguita da Gaspare Vanvitelli: ecco la formula di una ricetta curiosa, ma non per questo priva richiamo. Cominciamo dal primo ingrediente: il «Martirio di Sant'Orsola», la prova più drammatica, il testamento del pittore lombardo. Un quadro ormai noto alla critica e al pubblico, e nondimeno un'opera che non smette di comunicarci il suo violento e dolente messaggio a prescindere dalle condizioni conservative non certamente perfette. Il quadro fu ordinato dal committente genovese Marco Antonio Doria, e fu consegnato da Caravaggio in tutta fretta nel 1610, la vernice ancora umida, prima di fuggire ancora verso la libertà, incontrando invece la morte. Anche se non sapessimo che è stato l'ultimo quadro di Caravaggio a Napoli, il «Martirio di Sant'Orsola» si porta dentro tutte le ragioni della sua poetica: la concentrazione del racconto visivo su poche figure, come in un close up cinematografico in cui l'orrore di un martirio collettivo può essere facilmente riassunto della morte di una sola persona; e poi non il momento in cui un essere umano trionfa sui suoi carnefici, ma quello in cui è la sua paura di morire a fare la ragione della sua santità. La giovane Santa si accascia lentamente sotto il colpo della freccia scagliatale da un aguzzino la cui espressione è sospesa tra il piacere e l'orrore. Nel buio della notte pochi sono gli astanti raffigurati del pittore nella scena, ma tra il brillare delle armature e il rosso violento dei panneggi e del sangue c'è anche il suo autoritratto: come spesso accade nelle sue ultime opere, Caravaggio sembra dirci ad ogni rievocazione visiva di un martirio, di un mistero religioso, di una storia di sofferenze, che il suo ruolo non è più solo quello di un narratore per immagini, ma quello di un testimone diretto dell'evento, che ne ha subito le conseguenze al pari dei suoi protagonisti. Tutt'altra luce, tutt'altra gioia è nel «Largo di Palazzo» di Gaspar van Wittel: un'opera anch'essa esposta a Palazzo Zevallos, eseguita tra lo scorcio del Seicento e i primi tempi del secolo successivo per il Vicerè, il Duca di Medinacoeli, nel momento in cui il pittore olandese era il vedutista di corte del Duca. È questa la Napoli delle feste e della continua sfilata di persone e carrozze nella strada di Toledo, che tanto aveva impressionato un cronista ipercritico come Stendhal; è questa la città la cui vita musicale e sociale erano tra le più intense e ricche del mondo. Il dipinto di van Wittel è un altro vecchio amico per gli storici dell'arte, ma sarà di sicuro una conoscenza nuova e interessante per i tanti non addetti ai lavori in visita, così come un elemento di sicuro richiamo sarà dato dalla serie di diciassette piccoli olii con vedute di Napoli, monumenti archeologici e scorci di paesaggi e di costume della città partenopea e dei suoi dintorni di Anton Smink van Pitloo, acquistati nel 1985 sul mercato inglese dal Banco di Napoli. Rivedere il quadro di Caravaggio nelle sale di quella che oggi è una delle più prestigiose sedi di San Paolo Banca intesa diventa oggi molto più semplice di quanto non fosse venti anni fa, quando l'opera era appannaggio soltanto di addetti ai lavori molto ben introdotti. Oggi l'ancora magnifico Palazzo Zevallos Stigliano, in splendida forma dopo i recenti restauri, apre i suoi ambienti un tempo nascosti per mostrare al pubblico non soltanto il capolavoro di Caravaggio, ma anche quattro secoli della storia di un edificio che racconta gli splendori di almeno tre famiglie cruciali nella storia di Napoli: gli Zevallos, che edificarono in via Toledo uno degli esempi più impressionanti di quella che Gérard Labrot definì «la Città dei Baroni»: i Colonna, che dal 1688 ebbero qui una delle loro sedi più prestigiose; i Forquet, che seppero trasformare l'antico edificio seicentesco in una magnifica residenza alto borghese, sospesa fra tradizione barocca e belle époque, ornandola con le immagini e gli stucchi di Giuseppe Cammarano, Gennaro Maldarelli e Gennaro Aveta. Da anni i napoletani sono abituati a frequentare Palazzo Zevallos solo per le operazioni bancarie, ed è dunque una bellissima idea quella di ricongiungere la memoria della città con uno dei suoi luoghi storici più eminenti, trasformando quello che fino a ieri era sostanzialmente un grande sportello bancario in un piccolo museo, ma restituendone al tempo stesso anche l'identità di appartamento storico. In futuro questa sede potrà arricchirsi di altre opere d'arte - non dimentichiamo che del Gruppo San Paolo Banca Intesa fa parte quel Banco di Napoli la cui collezione, oggi ubicata a Villa Pignatelli, è uno dei punti di forza del sistema museale napoletano - e questo nuovo luogo di memoria e di cultura servirà anch'esso a rafforzare il fragile tessuto civile della città.